Quella di Dante era più religione o filosofia?

Come ci dovremmo comportare se seguissimo gli insegnamenti del sommo poeta? 

Il mero studio in termini scolastici della Divina Commedia, talvolta, non è sufficiente a comprendere il poema nella sua totalità. La ricchezza di figure retoriche, vicende, citazioni, allegorie dipinge l’opera dantesca come un enorme quadro, scomponibile in diverse parti e dotato di numerose interpretazioni. È dunque possibile esaminare il pensiero di Dante sotto differenti punti di vista, tra cui quello filosofico. 

Alla base della filosofia dantesca presente nella Divina Commedia vi è la visione di un universo gerarchico, suddiviso quindi in diversi livelli. Al vertice c’è Dio, il quale presiede il destino di ogni uomo, assegnandogli una posizione nella vita ultraterrena sulla base delle azioni che ha compiuto durante la sua vita terrena. Da questa analisi, per quanto superficiale, del complesso sistema universale dantesco emerge una visione teologica legata al cristianesimo derivante dalla singolare interpretazione dell’autore rispetto ai testi biblici. La maggior parte degli elementi che caratterizzano i tre mondi ultraterreni (Inferno, Purgatorio e Paradiso) hanno infatti origine dalla fantasia di Dante e non presentano alcun fondamento religioso specifico. 

Un esempio semplice è la legge del contrappasso, che mette in relazione, per analogia o per contrasto, il peccato compiuto da un uomo alla pena che subirà all’Inferno. Questa regola non è presente in nessun testo religioso, ma è un’invenzione di Dante, probabilmente influenzato da alcuni autori che lo precedettero, in particolare da Seneca, che costringe in una sua opera l’imperatore Claudio a sottostare a un suo liberto come conseguenza del suo comportamento poco tollerante. Tuttavia, la legge del contrappasso presenta una forte ed evidente similitudine con un aspetto che caratterizza la nostra società così come quella del ‘300: la giustizia, la quale associa, seguendo una legislazione scritta, ogni reato a una determinata pena. È facile pensare, dunque, alla gerarchia universale di Dante come ad una grande allegoria della realtà terrena, alimentata in parte dai rapporti causa-effetto. Se interpretiamo la Divina Commedia come una proiezione dell’attuale società in un complesso e strutturato sistema teologico, possiamo ricostruire il pensiero filosofico che Dante ci vuole trasmettere: l’idea per cui le nostre azioni, prima o poi, avranno una conseguenza. Chi compie scelte sbagliate, seguendo l’istinto anziché la ragione, ne subirà gli effetti in futuro. Un esempio molto semplice ed intuibile è quello della scuola: chi in giovane età sacrifica il proprio tempo libero per dedicarsi allo studio e ottiene esiti positivi, come il conseguimento di una laurea, avrà, in età adulta, maggiori opportunità lavorative rispetto a chi decide di abbandonare presto gli studi.  

Tuttavia, questa concezione filosofica della realtà può essere a sua volta interpretata in modi diversi. Dal punto di vista religioso è legata all’idea di un destino al quale ogni uomo deve inevitabilmente sottostare poiché governato da Dio. L’idea di unProvvidenza, in termini cristiani, si vede molto, anche in maniera esplicita, in un’opercome I Promessi Sposi di Manzoni, nella quale Don Rodrigo è costretto alla morte per via della peste come frutto dei mali causati a Renzo e Lucia.  

Il romanzo manzoniano, però, sembra focalizzarsi molto sulla Provvidenza in senso strettamente cattolico e differisce parzialmente dalla Divina Commedia, in cui tale concetto è espresso sia in forma religiosa, sia in forma moraleL’idea di destino, infatti, non deve essere necessariamente associata ad eventi soprannaturali poiché è rintracciabile in molte situazioni di quotidianità. La società contemporanea ha come fondamento il concetto di meritocrazia: per ottenere risultati bisogna averne il merito. Basti pensare a quanti individui oggi si fingono professionisti in un determinato settore e truffano deliberatamente i propri clienti, ma vengono agilmente scoperti e denunciati e, in alcuni casi, diventano veri e propri fenomeni mediatici derisi da tutto il paese. Si può pertanto comprendere come non sia necessario essere religiosi per credere in una forma di destino: a volte è sufficiente utilizzare la ragione. L’ideale di un destino creato dall’uomo è alla base della filosofia stoica, secondo cui le nostre azioni sono il risultato di fatti accaduti in precedenza e il nostro futuro è già segnato, non dal divino, ma del pensiero umano. 

In conclusione si può dire che Dante abbia deciso di rappresentare in una personale versione della cosmologia tolemaico-aristotelica, adattata al suo modello religioso, una proiezione di alcuni ideali della sua società. Tali valori persistono tutt’oggi e sono spesso un argomento affrontato da diversi autori letterari e non. Tra questi, Naval Ravikant spiega in modo completo ed esaustivo come, per realizzare sé stessi e raggiungere una felicità personale, è necessario il sacrificio. L’autore ed imprenditore indiano mette in contrapposizione, attraverso un semplice schema, il risultato delle proprie scelte, evidenziando il fatto che le decisioni difficili portino ad un futuro, e quindi una vita, più facile e viceversa. A prescindere da quale sia la propria visione filo-religiosa, dunque, ogni uomo è tenuto a credere, per il proprio benessere, che ogni azione porti a dei risultati, talvolta positivi e talvolta negativi. 

 

Edoardo Ramella 3G 

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