Golpe in Myanmar: l’inevitabile fine della democrazia parziale

Nella notte dell’1 febbraio si è consumato in Myanmar un golpe da parte delle Forze Armate. 

Dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza e aver quindi trasferito secondo l’articolo 417 i poteri al Comandante in Capo dei Servizi di Difesa, il generale Min Aung Hlaing, i militari hanno arrestato i leader democratici, tra cui il Presidente Wyn Myint e Suu Kyi, Consigliera di Stato e premio Nobel per la pace e interrotto i principali servizi pubblici birmani, tra cui televisione, reti telefoniche e internet nella capitale.

Attraverso la televisione gestita dai militari, questi hanno informato i cittadini che intendono ristabilire l’ordine e la solidarietà nazionale e indire elezioni libere e regolari tra un anno, per poi consegnare il potere al vincitore. D’altro canto, la Lega Nazionale per la Democrazia invita il popolo a opporsi al colpo di stato militare e a salvaguardare i progressi fatti nell’ultimo decennio.

Infatti dal 2011 la junta militare che aveva controllato il paese dal 1962 si era disciolta, lasciando spazio a una democrazia parziale. In questo modo manteneva i ministeri dell’Interno, della Difesa e dei Confini e un quarto dei seggi parlamentari di entrambe le Camere. In questo scenario emerse Suu Kyi, leader democratica e guida esecutiva del Paese dal 2015. Nonostante fosse stata ampiamente criticata dall’Occidente per la copertura dello sterminio dei musulmani Rohingya e per la soppressione della lotta per l’autonomia di un movimento nazionalista dei Buddhisti Rakhine, fu riconfermata con ampio margine nelle elezioni tenutesi lo scorso novembre. L’opposizione, appoggiata dai militari, ha da allora contestato il risultato denunciando milioni di casi di frode elettorale, di cui però non hanno mai portato prove credibili. Vedendo che il governo non considerava i loro reclami e temendo per l’integrità della nazione, i militari hanno deciso di intervenire.

Sebbene sia questo il casus belli ufficiale, la mossa delle Forze Armate in realtà punta a ristabilire la loro supremazia sulla politica birmana e a ritrovare l’equilibrio interno, messo in pericolo dal prossimo pensionamento di Min Aung Hlaing. Detenendo poteri quasi dittatoriali, difficilmente il Comandante in Capo consentirà appelli alla decisione che ha dato vita al golpe. L’applicazione dell’articolo 417 non è stata letterale, poiché le giustificazioni della misura dovrebbero essere “insurrezione, violenza e ingiusto uso di forza”, non verificatisi in questo caso, e si qualifica quindi come colpo di stato vero e proprio. Anche se i militari hanno lasciato speranze ai democratici birmani, è evidente che la situazione è arrivata a un punto di non ritorno e che il sistema della democrazia parziale è fallito.

Non si può dire però che i semi di questa capitolazione non fossero già stati piantati dalla stessa junta. Vana era ed è infatti la speranza che le Forze Armate un giorno si facciano da parte autonomamente in un regime come quello del Myanmar. L’acume politico dei leader militari è stato infatti invidiabile. Essi sono riusciti a indebolire la posizione di Suu Kyi e dell’intero movimento democratico spingendoli a compromessi altrimenti inaccettabili pur di mantenere quella poca democrazia appena conquistata e a mantenere il controllo del Paese, mentre illudevano gli avversari di averlo appena concesso agli avversari. Così le vittorie della LND non sono diventate altro che vittorie di Pirro e anziché liberarsi dal regime militare ne sono diventati complici nei suoi crimini, come il genocidio dei Rohingya. I compromessi morali e politici, fatti nel nome di un possibile futuro democratico, sono falliti. Non rendiamo vano l’esempio birmano: libertà e dittatura non possono convivere. Nessun compromesso potrà portare alla prima né potrà evitare che la seconda la trascini nel baratro.

Mathias Caccia 4C

 

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