TOSI TALES 2 (ep.4): Licenza di distrarsi

«

Al tempo delle insurrezioni per la carta igienica e delle faide in nome dei cancellini,

in una scuola oppressa dalla minaccia costante del teorema di Ruffini…

»

Era una di quelle giornate in cui ci sono due ore di matematica. La professoressa Ciapparelli si era appena imbarcata in una delle sue solite, energiche arringhe, questa volta per persuaderci di quanto fosse necessario, all’occorrenza, saper recitare a memoria le formule di Prostaferesi.

Il mio cervello non aspettava altro che un’occasione per distrarsi: avvertendo movimento in prossimità dell’ingresso dell’aula, non potei che voltarmi a osservare. Ed ecco apparire, dallo stipite destro della porta aperta, prima uno scopettone che scivola sulle piastrelle, quindi Ciro che lo impugna; il bidello scorre attraverso il rettangolo dell’uscio, per poi sparire al di là dello stipite sinistro. Tutto qui: Ciro che pulisce il corridoio, apparso scomparso come un alito di vento in un pomeriggio di afa. Un episodio normalissimo, che in circostanze diverse mi avrebbe lasciato del tutto indifferente. Nella cornice rigida e istituzionale della lezione di trigonometria, invece, quella comparsa inaspettata ebbe lo stesso impatto di un castoro che balla il cha-cha-cha.

Ma fu quando incrociai lo sguardo del mio compagno di banco, fu allora che iniziò la disgrazia. Nel nero delle sue pupille colsi uno sfavillio, un’immagine che danzava in loop. Guardai meglio, e capii che lui aveva visto quello che avevo visto io: c’era Ciro, nei suoi occhi, Ciro che pulisce il pavimento. E anche lui dovette scorgerlo nei miei, perché quella visione prese a rimbalzare dal mio sguardo al suo, dal suo sguardo al mio, in un processo di auto-alimentazione che la rese prima buffa, poi spassosa, infine irrimediabilmente esilarante.

La bocca del mio amico si era già contorta in una parabola con concavità verso l’alto, e io sentii che il mio volto subiva un’analoga trasformazione. Mi affrettai a guardare altrove, per interrompere l’ingigantirsi di quel perpetuo ciclo comicizzante. Ma dove posare gli occhi? Anche se avessi potuto forzare gli angoli della bocca all’ingiù, la prof Ciapparelli si sarebbe presto accorta che qualcosa non andava. E se avesse pensato che mi stessi prendendo gioco di lei?

Mi risolsi a fissare il libro, la testa ben salda tra le mani, sperando che nel leggerlo mi sarei annoiato abbastanza da tornare padrone della mia faccia. Come no! Il banco era scosso da migliaia e migliaia di vibrazioni, evidentemente emesse dal mio compagno nello sforzo di trattenersi. Era la sua risata soppressa, che si propagava attraverso il legno; era la sua risata, che mi risaliva su per i gomiti e lungo gli avambracci fino a riversarmisi nel cranio, dove infiammava l’ilarità in cui già galleggiavano i miei neuroni.

Ormai le labbra stavano cominciando a schiudersi: potevo sentire l’aria che mi solleticava gli incisivi. Mi vidi costretto, per non farmi scoprire, ad abbassare lo sguardo ancora di più, tanto che il mento finì per incassarsi in mezzo alle clavicole. Ma quella posa innaturale non poté che espormi definitivamente alla perplessità della prof. Sentii i suoi tacchi arrestarsi davanti a me, e capii che aveva interrotto la spiegazione a causa mia. Ad incrinare il silenzio dell’aula, soltanto lo scricchiolio del banco che tremava.

«Tutto bene, qua dietro?». La nota di fastidio nella sua domanda mi intimidì talmente che, appellandomi a tutte le mie forze, riuscii a sottomettere i muscoli facciali ad una conformazione accettabile. Sollevai faticosamente il capo e pronunciai: «Sì, sì, prof, mi scusi». La voce mi uscì distorta, com’era prevedibile, dando l’impressione di un’anestesia alla lingua (pretendere di impedirlo sarebbe stato scioccamente ardito). Infatti la Ciapparelli mi sogguardò con sospetto, prima di esaminare anche il mio compagno di banco. Questo stava fingendo di annotarsi qualche formula proiettata alla LIM, tenendo una guancia appoggiata alla mano – o, meglio, artigliandosi la pelle del viso con le unghie, nel tentativo di stirarla e domarla. Allibita, la prof sbatté due volte le palpebre e riprese la lezione. E bastò che si voltasse, perché l’ebbrezza del diletto tornasse a serpeggiarmi attraverso.

Ebbi un’idea. Con dita tremebonde, mi misi a tracciare lettere sbilenche sul banco del mio amico: “Dobbiamo andare in bagno”. Era l’unico posto in cui poter sfogare le nostre risa represse e tornare in classe liberi, purificati. Lui aveva appena letto il messaggio, quando rimpiansi di averlo suggerito: solo ora ricordavo, la prof non mandava mai ai servizi più di una persona per volta! Entrambi strabuzzammo gli occhi a quella consapevolezza simultanea, alzammo la mano all’unisono.

«Sì?» chiese l’insegnante, tradendo una certa speranza. Si illudeva senza dubbio che stessimo per porle domande sull’argomento, e mi sentii così in colpa che esitai troppo. Il mio compagno invece riuscì a chiederle il permesso, che gli fu accordato con un sospiro. La Ciapparelli lo osservò catapultarsi fuori dall’aula, scuotendo la testa con amarezza, quindi tornò a me.

«Sì?» insistette. Con terrore, mi resi conto di avere ancora il braccio sollevato. Lo tirai giù all’istante, con l’intenzione di spiegare che avevo una domanda ma che nel frattempo mi ero dato una risposta. Ma come potevo anche solo progettare di mettere in riga due parole? La presenza latente della risata mi imbottiva l’intero cavo orale, in agguato, pronta ad eruttare con fragore se le avessi concesso la minima fessura. La professoressa mi fissava seccata, a braccia conserte, inoltre avevo un’altra trentina di sguardi addosso.

«Beh» considerò infine la Ciapparelli «Sono contenta che sai parlare il braille». La classe precipitò in una sonora sghignazzata: per quel che mi riguarda, ne approfittai senza pensarci e risi con loro. Il delirio che mi fermentava dentro da mezzora fu espulso una volta per tutte: fu come tirarsi dodici crampi in uno. Finalmente in grado di parlare, dichiarai alla prof che non avevo domande e lei tornò a spiegare. Intanto il mio compagno di banco rientrò dal bagno, anche lui visibilmente rilassato.

«Ti sei sfogato?» bisbigliai.

«Sì» rispose compiaciuto «Anche tu?». Annuii. Ci battemmo il pugno, carichi come non mai per affrontare l’ultima parte della lezione.

Quand’ecco che, orrore!, Ciro riappare nel rettangolo della porta, scopettone alla mano, sfrecciando questa volta da sinistra a destra.

Guardo il mio amico. Lui guarda me. La gag si rispecchia dai miei ai suoi occhi, dai suoi occhi ai miei. Vedo il suo volto che si gonfia all’inverosimile, percepisco il mio che esce dai contorni. La risata deflagra spumeggiante, irrefrenabile; la mia trae vigore dalla sua e la sua si nutre della mia. Le urla della Ciapparelli mi arrivano indistinte, ma un effetto lo sortiscono: più la situazione si fa grave, minore è il ritegno con cui rido. Non so quanto tempo passa, ma quando mi guardo intorno scopro che sta ridendo la classe intera. Vorrei porre alla prof le mie scuse più mortificate, lo vorrei sul serio. Eppure, ora che la vedo, scopro che non sta più urlando. Sta ridendo insieme a noi.

Enrico Forte

VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0 (from 0 votes)

Lascia il tuo commento per primo

Rispondi

L'indirizzo email non sarà pubblicato.