That’s it. Done.

Ricordiamo la professoressa Luciana Baratta Staltari, venuta a mancare sabato 6 marzo. La sua attività presso il Liceo Tosi fu storica ed essenziale.

 


 

La prof. Baratta è stata la mia insegnante di Inglese per i primi due anni di Liceo.

L’ho conosciuta la prima ora del primo giorno del primo anno: rimasi impressionata da quell’incontro, tanto intimorita quanto incuriosita da una professoressa che aveva la fama di essere molto esigente, ma la migliore nella sua materia. In effetti “la Baratta”, a suo modo, non ha mai permesso a nessuno di restare indietro: ha sempre richiesto di mirare all’eccellenza, senza se e senza ma. Sono convinta che, con la sua infinita passione, abbia dimostrato a tutti di avere a cuore non solo l’insegnamento di una lingua, ma anche i suoi tanti studenti di cui parlava sempre con sincera stima e affettuosità.

La notizia della sua scomparsa mi ha sentitamente colpita. In fondo, un piccolo pezzo della mia adolescenza passata fra le mura del Tosi, fatto di compiti e interrogazioni a sorpresa, verbi irregolari ripetuti allo sfinimento, momenti di sconforto e altrettanti di appagamento, se n’è andato via con lei. Spero che, ovunque si trovi ora, sappia che dopo quella interrogazione del secondo anno ho imparato la differenza fra accent e stress.

In terza superiore le chiesi di scrivere qualche riga di saluto prima del suo retirement. Rileggendole, una frase in particolare mi colpisce:

“Today, after all these years, I realize there is much more to share with students than just the technicalities of a foreign language, however beautiful the English language may be. That’s it. Done.”

Le sono riconoscente per quanto mi ha insegnato.

La ricorderò sempre con affetto e profonda gratitudine.

To make a prairie it takes a clover and one bee,
One clover, and a bee.
And revery.
The revery alone will do,
If bees are few.

Francesca Genoni

 


 

Non uno che non mi esprimesse la sua più sincera compassione, quando raccontavo che ad insegnare nella mia classe ci sarebbe stata lei. Vorrei poter dire che non sapevo più cosa aspettarmi, ma la verità è che ne ero perfettamente consapevole: cinque anni di crampi allo stomaco prima dell’ora di inglese.

In quegli ultimi giorni prima del 12 settembre 2015 mi ritrovavo spesso a consultare l’orario delle lezioni. Lo facevo per pre-visualizzare le giornate che mi aspettavano al Tosi, immagino, per prendere confidenza con i ritmi delle superiori. E ogni volta mi sembrava un po’ di inciampare, quando constatavo che la prima ora del mio primo giorno di Liceo sarebbe stata proprio una lezione di inglese.

E il giorno arrivò. Al centro della palestra gravida di primini sprovveduti, la dirigente ci dava il benvenuto con un sorriso. Ma non ci feci troppo caso, alle sue parole: cercavo di indovinare quale degli insegnanti al suo fianco fosse la famigerata professoressa Baratta. L’attesa non fu lunga, comunque, dal momento che la sezione “A” fu la prima ad essere raggruppata. Venimmo chiamati uno ad uno, allineati dietro di lei; infine una spintarella amorevole ci sottrasse agli sguardi dei nostri genitori, lasciandoci in balia della completa discrezione della professoressa. La seguimmo come gattini mentre ci conduceva fuori dalla palestra e attraverso il tunnel, poi su per una rampa di scale fino all’aula T1. Durante il tragitto nemmeno l’ombra di un fiato: quando si dice che la reputazione precede la persona…

Eppure, quella prima lezione non dovette darci un’impressione così terrificante. Non più di una settimana dopo, infatti, avevamo abbassato a tal punto la guardia che riuscimmo a meritarci una verifica a sorpresa. Successe durante un’ora di matematica, ossia un’ora buca, visto che ancora non ci era stato assegnato un prof. La cattedra vacante, a tenerci a bada soltanto una bidella… I nostri schiamazzi, è appena il caso di precisarlo, si propagavano per il corridoio intero. La Baratta emerse dall’uscio guardandoci in cagnesco e ci intimò il silenzio, per poi tornare alla sua lezione nella classe lì accanto. Ma noi avevamo già preso troppa confidenza con la retorica di quel terrorismo. Eravamo al Tosi solo da qualche giorno, sì, ma non avevamo bisogno d’altro per ritenerci veterani in materia. Il volume si tenne accettabile per poco più di mezzo minuto, dopodiché non smise di impennare. Quando la testa della professoressa tornò a sbucare dallo stipite, non fu per perdere altro tempo: apparve, parlò e si fece da parte. Non ci fu asprezza nella sua voce, non ci fu nemmeno severità. Il «compitino di fonetica» stabilito per l’indomani era la naturale conseguenza delle nostre scelte. 

Fu la mia prima, vera notte sui libri. Certo, quando sei in prima per “fare notte” basta sforare le 23:59, ma tant’è. Fino all’ora di cena studiai insieme a due miei compagni, quindi proseguii per conto mio prima di coricarmi. Della verifica non ricordo granché; ma la suspense del giorno della consegna fu qualcosa di indimenticabile.

E che suspense che si viveva, con la Baratta, quanti brividi: ogni lezione era preannunciata dal rimbombo del suo inevitabile trolley, quell’avvicinarsi di ruote che inondava il corridoio e sembrava non finire mai. Si faceva sempre più distinto, fragoroso, imminente, e alla fine la professoressa si manifestava chiudendosi la porta alle spalle. Più volte mi è capitato di alzarmi distrattamente in piedi per darle il buongiorno, come si usa fare con gli insegnanti; altrettante volte ho ricevuto occhiate allibite, prima di ricordarmi che la Baratta detestava il trambusto degli studenti che spingevano indietro le sedie per alzarsi.

La lezione poteva cominciare essenzialmente in due modi. A volte la prof si metteva a spiegare, e allora con un sospiro collettivo mettevamo da parte libri e appunti per prendere un foglio bianco. Per quanto riguarda le altre volte, beh… le altre volte c’era il Dado. Non un dado qualsiasi, no. E nemmeno un dado a trenta facce. Quello di cui stiamo parlando era il Dado a Trenta Facce. Spesso uno non aveva ancora alzato lo sguardo dal suo ripassone dell’ultimo secondo, che il rotolio del Dado sulla cattedra aveva già invaso l’aria più volte. «10» decretava la professoressa dopo ogni lancio, «25», «11». Succedeva tutto così velocemente che, a dirla tutta, non c’era nemmeno il tempo di avere paura. Sentivi il numero sentenziato, ripescavi dalla memoria il tuo numero di registro, ti rendevi conto che i due numeri coincidevano, quindi ti ritrovavi ad avanzare verso la lavagna. Quando ripenso alla mia esperienza al Liceo Scientifico Arturo Tosi, le prime cose che mi vengono in mente sono il suono del trolley e il suono del Dado, gli sguardi atterriti ma anche un po’ elettrizzati scambiati col mio compagno di banco.

Non dimenticherò mai il giorno in cui vennero a trovarla due ex-studenti. La professoressa Baratta li abbracciò e baciò come se fossero figli suoi, e passarono tutto il resto dell’ora a ridere e rievocare aneddoti come vecchi amici che prendono un caffè. Trasecolai di fronte alla leggerezza con cui quei due scherzavano su esperienze vissute durante le ore di inglese, di episodi che certo erano stati tesi e angoscianti ma a cui ora guardavano col sorriso. Non vedevo l’ora di arrivare anch’io a quell’età, non vedevo l’ora di far visita alla Baratta e insieme a lei provare nostalgia per i miei anni di liceo. 

Dopo il secondo anno, la mia classe fu smistata e la professoressa assegnata ad altre sezioni. Poco prima della fine della terza – era il suo ultimo anno prima della pensione – io e alcuni compagni andammo a salutarla in una delle sue classi. Ci riservò lo stesso trattamento dei due suddetti: baci e braccia al collo, risa e ammiccamenti. Io avevo appena pubblicato sul giornalino un racconto su di lei, e la Baratta ne scherzò davanti ai primini a cui stava facendo lezione, raccomandando loro di non credere alle “voci” che avevo messo in giro sul suo conto.

Cos’altro dire sulla professoressa Baratta? Nutriva un odio irrimediabile per quella che chiamava “kappa nana”: se si sceglieva di svolgere una verifica in corsivo, ci si doveva attenere alle regole del corsivo stesso e tracciare una “k” alta quanto una riga di foglio protocollo. Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma era sorprendente il numero di studenti con il vizio di fare la “k” delle stesse dimensioni di una “a” o di una “c” – e questo a lei dava sui nervi, tanto che era pronta a togliere un punto intero a chi si macchiava di tale misfatto. Non sopportava nemmeno quelli che parlavano di una fantomatica “ipsilon”: la lettera “y” si leggeva “why”, tanto in inglese quanto in italiano. «A che gioco stai giocando?» inquisiva a chi travalicava questi semplici precetti. Oh, e non parliamo dei guai a cui andava incontro chi osava pronunciare la “i” nella parola “friend”…

Ma le ore della Baratta non erano fatte solo di piccole e grandi insidie: come dimenticare la corsa per i +? Capitava, infatti, che durante la spiegazione alla professoressa venissero in mente domande su argomenti passati, e a chi rispondeva per primo veniva assegnato un “+”. E quel segnetto sul registro poteva fare una bella differenza, quando alla fine dell’anno finivi per avere un tedioso 5.5 in inglese.

Talvolta ci portava in laboratorio di ascolto per vedere un film. Lo sceglieva con cura, beninteso, tra quelli in cui l’accento e la pronuncia degli attori erano più vicini al modello che intendeva trasmetterci: mi ricordo titoli come “Matilda” e “The book thief”. Prima di avviarlo, la Baratta ci chiedeva sempre se volessimo i sottotitoli, e noi non perdevamo occasione per risponderle di sì. Lei alzava gli occhi al cielo, inseriva controvoglia i sottotitoli e premeva start. Si emozionava sempre come una ragazzina, durante la visione: scene che aveva visto e rivisto la coinvolgevano come la prima volta, facendola sorridere o inumidendole gli occhi.

La limpidezza delle sue spiegazioni, poi, era qualcosa fuori dall’ordinario. Non era raro che ci preparasse lei stessa schemi e tabelle, rendendo la padronanza della lingua inglese una mera questione di studio: perché la fase della comprensione si esauriva tutta in classe. Queste mappe concettuali erano puntualmente corredate di immagini di gatti e gattini, a lei tanto cari, così come lo erano le schede delle verifiche.

Non so se c’è qualcuno, tra gli studenti della Baratta, a cui non sia mai capitato di odiarla. Senza dubbio tutti la hanno temuta, ma se c’è una cosa di cui sono ancor più sicuro è che ciascuno di noi, alla fine, non ha potuto che amarla ed esserle riconoscente. Era un’insegnante capace di farti scoprire il tuo limite, nonché di portarti fino a là; ma soprattutto era una persona che ti dava tutti gli strumenti per oltrepassarlo, il tuo limite. E come si entusiasmava, ad anni di distanza, a constatare che cos’era germinato da quell’evoluzione.

Bye bye, Miss Lucy

Enrico Forte

VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0 (from 0 votes)

1 Commento

  1. Grazie per queste belle parole, sono felice che la passione e il ricordo di mia mamma continuino a vivere in voi.
    Un caro saluto,

    Corrado

    VA:F [1.9.16_1159]
    Rating: 0.0/5 (0 votes cast)
    VA:F [1.9.16_1159]
    Rating: 0 (from 0 votes)

Rispondi

L'indirizzo email non sarà pubblicato.