Gioventù bruciata: directed by Covid-19.

«La salute mentale degli studenti era un problema importante già prima della pandemia, che ha contribuito a esacerbarlo» Monica Osburn.

Una tempesta di DPCM da un anno tormenta le certezze e la socialità dei giovani, spinti a trovare rifugio nelle relazioni virtuali, nascosti dietro uno schermo.

L’assenza di contatto fisico, la didattica a distanza, l’obbligo di restare in casa rappresentano le cause principali del sempre più diffuso disagio psicologico giovanile, che lascia solchi profondi nell’adolescenza (la cui importanza è già stata sottolineata nell’articolo “Una strada per l’adolescenza” ) della Generazione Z: Generazione “Azzerati”?

 

La pandemia da Covid-19 ha comportato l’accensione dell’occhio di bue sulle conseguenze sanitarie ed economiche del Paese, lasciando scivolare, a volte, in secondo piano quelle socio-psicologiche; ma sono gli psichiatri a lanciare un segnale d’allarme a riguardo, dichiarando di aspettarsi nei prossimi mesi 800mila nuovi casi di depressione:  “Le condizioni sanitarie, economiche, sociali che si sono create a seguito della pandemia di Covid-19 hanno portato a una vera sindemia: alla malattia connessa all’infezione, si è aggiunto un impatto enorme sul benessere psichico di tutta la popolazione, sia di chi è venuto a contatto col virus in maniera diretta, sia di chi non è stato contagiato ma vive le conseguenze della crisi in corso. In chi è venuto a contatto col virus la probabilità di disagio mentale è più elevata, con un’incidenza di sintomi depressivi che cresce dal 6 al 32%. Fino al 10% di chi ha perso un proprio caro per il Covid-19 andrà incontro a un lutto complicato che si protrarrà oltre 12 mesi, anche a causa delle regole di contenimento del contagio, che hanno impedito a molti di poter elaborare il dolore, rivedendo un’ultima volta il congiunto per l’estremo saluto” spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuro-Psico-Farmacologia e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano.

 

Sugli adolescenti, oltre ad un crescente tasso di depressione, troviamo un aumento di panico ed ansia, dipendenze e suicidi. “I dati evidenziano una complessa situazione di fragilità emotiva e sociale che gli adolescenti stanno vivendo“, così ci mette all’erta la Fondazione Soleterre (che ha attivato uno sportello di assistenza psicologica gratuita: https://soleterre.org/fondo-nazionale-supporto-psicologico-covid19/ ).

Le storie di cronaca raccontano di una solitudine, ovvero il dolore mentale di sentirsi soli, che diventa una condizione psicologica caratterizzata da un profondo senso di vuoto e inutilità che, se non curata, può portare a più gravi problemi di salute fisica e mentale, come Internet dipendenza, ideazione suicidaria e uso di sostanze” dichiara Damiano Rizzi, Presidente di Fondazione Soleterre e Psicologo Clinico presso la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia.

 

L’isolamento forzato ha provocato, dunque, un aumento dei tentativi di suicidio da parte dei giovani (del 20% rispetto al periodo pre-pandemico) e delle nuove dipendenze come quella da web e social network: in Italia nel 2020 si è misurato un incremento del 30% sull’utilizzo di dispositivi tecnologici rispetto all’anno precedente. Si entra, quindi, in un circolo vizioso: poiché si sentono soli, i ragazzi cercano maggiori interazioni sociali sul web e sui social, finendo per isolarsi dalla vera vita quotidiana. Internet diventa l’antidoto di un malessere reale, creando un virtuale senso di benessere, il quale però alimenta soltanto la solitudine reale del soggetto.

 

Anche la Didattica a Distanza ha comportato disagi sociali a gran parte degli studenti, i quali spesso perdono interesse e voglia di partecipare, si trovano inseriti in un dispositivo (la propria casa) che non permette di concentrarsi completamente e assistono alla perdita, da parte della scuola, del suo fine umano e sociale (che si manifesta principalmente nei rapporti con professori e compagni), che conserva, in modo esclusivo, forse unicamente il suo scopo di veicolare contenuti. Si favorisce, così, lo sviluppo negli studenti di una sempre più accentuata apatia, che si trasforma molto in fretta in ansia, quando, in risposta alle improvvise riaperture delle scuole e al ritorno alla didattica in presenza, per paura di una nuova chiusura, si accelera con le spiegazioni e le verifiche provocando un sovraccarico agli studenti, soprattutto a quelli già fragili per la situazione che vivono o per le pregresse lacune. A volte, si sentono spezzati da questa “fissazione burocratica” che disperde la colorata funzione della scuola come luogo in cui imparare, facendola diventare un posto in bianco e nero, in cui sentirsi soffocati.

A tal proposito, grande risonanza ha avuto il post condiviso da Sara Bartolomeo, docente di Storia e Filosofia al Liceo Enriquez di Ostia:

 

 

“Non mi sono accorta che i miei alunni si stanno spegnendo, che si sentono impauriti dal futuro e che vorrebbero solo più ascolto dagli adulti”  così scrive la Professoressa ed i dati sulla dispersione scolastica non fanno che darle ragione: se nel 2019 la percentuale di abbandono scolastico era del 13%, secondo alcune ipotesi dell’istituto INVALSI, quando saranno pubblicati i dati relativi al 2020 questa cifra dovrebbe alzarsi a una percentuale compresa tra il 16% ed il 20% (l’obiettivo dell’UE per il 2020 è fissato al 10%).

Ipotesi preoccupanti che dimostrano quali gravi conseguenze abbia comportato la pandemia e, in molti casi, la mancanza di comunicazione ed empatia tra studenti e professori.

Se la sintomatologia da Covid-19 prevede la perdita di gusto ed olfatto, la DAD in molte persone provoca la perdita del desiderio di imparare e studiare.

Alessia Reale 5A

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