POST-COVID: Prologo e Cap. 1 – La prima spedizione.

PROLOGO: Sette anni dopo…

Italia 2027:un mondo distrutto. Un mondo contaminato. Un mondo diviso.

Dopo la “Mutazione del ’21” è cambiato tutto. La letalità del Covid era diminuita, ma la contagiosità era schizzata alle stelle e, ancora peggio… chiunque avesse contratto la malattia sarebbe stato costretto a letto con 37.5° di febbre per i successivi 10 anni. Soprattutto per noi uomini, significava l’impossibilità di compiere quasi qualunque azione,tranne mugolare e soffrire. Le conseguenze di tutto questo furono, com’è facilmente intuibile, tragiche. Pian piano tutti si ammalarono, in tutte le classi sociali: ricchi, poveri, negazionisti, nazisti della mascherina…

La classe dirigente, ovviamente, non venne risparmiata. Celeberrime e perfettamente, come d’uopo, sgrammaticate le ultime parole consegnate alla stampa di un importante leader politico dell’epoca, Del Gaio: “Se soltanto avrebbimo dato ascolto agli scienziani!”

Lo Stato collassò, ogni tipo di organizzazione collassò, la civiltà stessa collassò, e le città divennero delle vere e proprie Zone di Quarantena isolate l’una dall’altra. Le infrastrutture dopo appena qualche anno erano quasi tutte inagibili, non c’era modo di viaggiare rapidamente tra un insediamento e l’altro e fuori dalle mura si ammassavano pericoli di ogni tipo: gruppi di predoni, la fauna fuori controllo e paesini abbandonati dove ancora era possibile percepire il sottile alito del contagio. Solo a pochi era concesso entrare e uscire dalle Zone di Quarantena: dei veri eroi.

L’Ordine dei Postini Ponti, discendente delle Poste Italiane, era l’ultimo collegamento tra le varie città. Per i primi tempi non fecero altro che disastri: ritardi di giornate intere, carichi spariti nel nulla insieme a chi li trasportava, carovane assalite da predoni dell’Oltre-Po armati di mietitrebbie, corrieri che sembrava monitorassero le attività dei clienti in modo da bussare alla porta solo e soltanto quando si trovassero in bagno. Insomma,Poste Italiane non credo abbia bisogno di presentazioni. Tutto cambiò quando ne assunse la guida l’imprenditore Ignazio Vladimiro Filiberto Torbellini-Ponti, e l’azienda venne appunto rinominata “Ponti”, in onore del neoeletto Cavaliere.

Ora l’Ordine, formato dall’élite dei Postini, coordinava le spedizioni, ed era semplicemente impeccabile. I pacchi cominciarono ad arrivare in anticipo e alcuni narrano che certe volte i valorosi Postini abbiano persino dato una mancia al destinatario. La Ponti divenne l’arteria vitale della nazione, poiché tutto il funzionamento della società e dei rimasugli delle istituzioni si basavano sui loro Postini, questi intrepidi e magnanimi guerrieri che sfidavano il Covid e le orde di banditi per recapitare il pacco al proprietario, qualunque cosa fosse, da un manuale di astrofisica,al cofanetto completo di tutte le stagioni de Il Segreto.

Erano richiestissimi, tanto che l’allora premier Marchesi rese la Ponti una vera e propria istituzione statale, inglobandovi l’esercito. Venne addirittura improvvisata una leva obbligatoria per addestrare i ragazzi a trasportare ogni tipo di carico nella Zona Contaminata.

Finito il liceo, mi rimanevano due opzioni: iscrivermi ad una facoltà universitaria, o arruolarmi nella Ponti. Da una parte mi si prospettava una vita dura e pericolosa, fatta di sacrifici, di sofferenze,tra l’altro famosa per concludersi spesso tragicamente, e dall’altra fare il postino. Per di più,in un entusiasmante mondo post apocalittico. Mi è sembrata una scelta più che scontata.

Superai i 4 anni di addestramento, durante i quali imparai le più disparate tecniche di sopravvivenza, come tossire sui propri pugni in modo da ottenere un bonus da avvelenamento nel corpo a corpo, o iniettarsi disinfettante per endovena – tecnica suggerita, per altro, da un presidente estero – per contrastare il Corona Vàirus,conseguendo per oltre un master in ILL (Imballaggio di Lavatrici e Lavastoviglie).

Ero pronto. Il mio grado era Spedizioniere Semplice, non ancora un Postino vero e proprio. A breve avrei dovuto percorrere la Zona Contaminata di Milano Ovest, sulla rotta Busto Arsizio – Varese per consegnare quelli che sono la valuta corrente di questi tempi: i richiestissimi presidi sanitari. Avrei dovuto trasportare le Mascherine Benedette e la Sacra Amuchina. Il denaro, infatti, dopo il crollo dell’economia mondiale, perse ogni significato e le banconote venivano ora usate solo per fabbricare mascherine di contrabbando di infima qualità.

Mancavano pochi giorni alla partenza. La mia prima spedizione… un carico semplice, adatto per un principiante. Mai avrei pensato che una semplice consegna potesse innescare il vortice di eventi che mi avrebbero portato a decidere le sorti dell’Italia intera.

CAPITOLO 1: La prima spedizione.

22 Febbraio 2027:9:30 del mattino, perché perfino la Ponti è più clemente della scuola con gli orari. Fa freddo. Di quel freddo che ti fa ricordare. Precisamente, ti fa ricordare di quel grandissimo gentiluomo del Caposcalo che non ti ha voluto nemmeno fornire una tenuta termica. Spero se ne accorga presto che gli ho tossito su tutte le matite. Da sempre viviamo sotto l’ombra di queste mura, immaginandoci a stento cosa ci possa essere dall’altra parte. Ora sto per scoprirlo. Per la prima volta insette anni vedo aprirsi le porte della città davanti ai miei occhi. Il colore del cielo è pesante, opprimente, impenetrabile: insomma, quel normalissimo grigio deprimente tipico della Pianura Padana. Busto è deserta a quest’ora. Come in effetti a tutte le ore. Anche da prima della pandemia. Chi l’ha detto che serve un’apocalisse per rendere desolata una regione del pianeta?

Sento il carico sulla schiena. Mi chiedo per quale principio fisico qualche flacone e dei pezzi di tessuto mi pesino come dei foratini. Metto timidamente i piedi fuori dall’uscio, mentre la guardia mi esorta cortesemente a smettere di fissare il vuoto con aria di sfida, attività che sembra io stia praticando da 13 minuti. Nemmeno il tempo per pronunciare un monologo epico nella mia mente sembra mi sia concesso. Maledetto Caposcalo!

Purtroppo, l’unica porta di Busto Arsizio è situata a sud, su quella che una volta era conosciuta come “Via Magenta”.

Subito vengo investito dallo squallore e dalla disperazione del paesaggio che mi si para davanti. È – ho ancora i brividi a pronunciarlo – Bor-sa-no. In condizioni normali… senza molti edifici abbandonati… o almeno non più di quanti ce ne fossero prima, ed effettivamente uguale a come la ricordavo. Ecco perché quel senso di demoralizzazione nel percorrerla mi sembrava così familiare!

Decido di non passare un minuto di più nelle (purtroppo) non-macerie di… mmh… Borsano e, dopo meno di un’ora, sono in uno di quei tratti di strada alberati in mezzo al nulla. Vedo dappertutto edifici ricoperti di edera, con i vetri sfondati dai rami di varie piante cresciute al loro interno, che certo, c’erano anche prima di tutto questo casino, ma visto che ora siamo in un post apocalisse fanno un discreto effetto scenografico. Almeno, sembra che la natura si stia man mano riprendendo ciò che l’umanità le ha rubato nel tempo. Però, dico io, potevi riprenderti pure Borsano, no?

Poco prima di Gallarate,sto sistemando delle mascherine sopra i filtri della maschera antigas, una tecnica che un tizio su internet diceva efficacissima contro le particelle di scie chimiche 5G nell’aria. Purtroppo, molte strade sono inagibili e mi ritrovo a dover percorrere tratti sconnessi o addirittura col manto coperto da uno strato di erba o muschio, con delle carcasse di automobili arrugginite impilate ai bordi della carreggiata.

Qualcosa attira la mia attenzione: appena sotto la colonna di macchine, vedo uno strano luccichio. Avvicinandomi per controllare, mi sembra di riconoscere un… Rolex? Con un’incisione, un nome dietro la scocca, inequivocabilmente milanese: “Sergio Fumagalli”. Ed è a quel punto che sento un urlo, il più raggelante della mia vita: “BUSINEEEEEEESS!”.

Ogni corriere lombardo sa cosa significhi e sa che è forse l’ultimo suono che sentirà. Sono spacciato, perché solo una banda usa quel maledetto grido di battaglia, la più temuta da questa parte del Ticino: i Businessmen. Al corso di addestramento ci avevano messo in guardia su di loro: agguerritissimi broker e uomini d’affari milanesi che, dopo il crollo dell’economia, avevano perso tutto e si erano improvvisati banditi. Erano facilissimi da riconoscere, con le loro monotone giacche nere e le noiose cravatte rigorosamente monocromatiche. Si potevano capire le loro intenzioni dal colore della cravatta del capobranco. Cravatta rossa, sentinella: perlustrazione. Cravatta nera, schiavista: trasporto prigionieri. Cravatta blu, guerriero… vuol dire solo “corri!”. Andavano in giro armati di valigette ventiquattrore borchiate, pericolosissime nel confronto all’arma bianca, e balestre caricate a stilografiche semi-arrugginite. Mentre io non avevo altro che una pistola taser e uno spray al peperoncino con il quale non avrei allontanato nemmeno il più gandhiano dei molestatori.

Provo a tenergli testa per un po’ e riesco addirittura a metterne fuori gioco un paio col taser, ma mi accorgo di non avere altri colpi oltre ai cinque che ho già sparato. Se torno vivo a Busto, lo spray al peperoncino glielo faccio ingoiare a quel maledetto Caposcalo!

Mi metto a correre disperatamente verso la barricata di auto, tappandomi le orecchie. I banditi già mi inseguono urlando le loro imperscrutabili formule arcane di controllo mentale, come “Interessi a tasso zero e polizza assicurativa al venticinque percento!”, perché l’arma più potente dei Businessmen non erano né le valigie, né tantomeno le balestre. No: era la loro subdola e ineluttabile eloquenza. Avrebbero potuto persuadere anche il più retto dei risparmiatori ad acquistare la più misera delle azioni di una Compagnia che nemmeno esistesse più. Nel sentirli parlare c’era qualcosa di ipnotico. Ci si ritrovava paralizzati, a firmare decine e decine di cambiali, indebitandosi pure la famiglia, mentre già si veniva legati e trasportati al Gran Mercato di Arese.

Lì, su quel famigerato palco per le aste a sfondo azzurro con la maledetta freccia gialla, i prigionieri dei Businessmen sarebbero stati venduti dai cosiddetti Stonksmen, i CEO della banda. Creature inquietanti che sembravano quanto di più perverso e malvagio il bestiario lombardo avesse da offrire: indossavano un’ingannevole maschera grigia dalla forma anatomicamente priva di senso, sulla quale era impresso un sorriso assente, vuoto, privo di anima e che li faceva apparire ancora più disumani. Uomini trasformati in affari, fusi con l’economia, compenetrati col capitalismo; questo erano gli Stonksmen. Una terribile diramazione nel percorso evolutivo della specie umana. Privi di qualsiasi forma di pietà, avrebbero venduto i poveri malcapitati come schiavi e riacquisito le finte azioni rifilategli, duplicando il guadagno e facendo schizzare gli interessi alle stelle.

Già li sento alle mie spalle, mentre la barricata si fa sempre più vicina. Arrivaci, arrampicati ed è fatta: sono troppo preoccupati di sgualcire le loro giacche Prada per seguirti. Sono solo a pochi passi, già sento le loro viscide voci insinuarsi nella mia testa, sto per afferrare lo specchietto di un’auto e issarmi in cima, ma ahimè la mia scalata ha la medesima durata delle scorte di carta igienica negli Stati Uniti d’America e/o nei bagni scolastici. Sento una stilografica Cartier conficcarsi nel mio braccio sinistro. Da lì in poi è tutto fumoso: mi si appanna la vista, i suoni diventano ovattati ed è come se lo sguardo non andasse di pari passo col movimento della mia testa. Ricordo di essere caduto battendo la testa su una macchina e, prima di svenire, un Businessman con una orrenda cravatta viola si avventava su di me brandendo la sua ventiquattrore, al grido di “Fluttuazioni e crescita del fatturato comprese iva e aliquote!” Ma, un attimo prima di colpirmi, ho sentito uno sparo e un gran peso accasciarsi sopra di me.

Francesco Grampa 3G

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