Emergenza Covid-19: il lato di cui non si sente parlare

Più di un anno fa abbiamo vissuto il nostro ultimo giorno di libertà senza che ne fossimo consapevoli. Credevamo che sarebbe durata qualche settimana, magari qualche mese, ma più il tempo passava, più si iniziava a capire che la mascherina ci avrebbe dovuti accompagnare per parecchio. 

 

Con l’avanzare dell’emergenza sanitaria, hanno iniziato a comparire i primi segni di altri problemi collegati alla pandemia, come la grave situazione economica che ci siamo trovati ad affrontare e un’altra emergenza di cui si sente parlare meno spesso, ovvero quella psichiatrica. 

A causa del virus, infatti, la sfera psicologica della nostra vita è stata spesso messa alla prova ed il risultato visibile è un aumento di casi di depressione e di suicidi. 

Questo fenomeno ha portato la Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca Scientifica in Psichiatria e Neuroscienze  a creare un “Osservatorio Suicidi Covid-19”, cioè uno studio basato su un attenta ricerca di notizie di cronaca collegate prevalentemente alla prima fase della pandemia (da marzo a giugno 2020), mesi durante i quali si sono registrati 62 casi di suicidio e 37 di tentato suicidio legati al virus direttamente (paura del contagio) o indirettamente (per esempio cause economiche). 

La prima ondata era dominata da un grande senso di angoscia e di impotenza di fronte a questo nemico che ci ha presi alla sprovvista. 

 

Con la seconda ondata, il numero e i rischi di suicidio sono risultati ancora maggiori. In Giappone, per esempio, le vittime di questo tipo erano superiori a quelle dovute al virus stesso, dato che questo fenomeno non interessa solo noi occidentali, ma tutto il mondo. Pare dipenda dal forte pericolo di cadere nella fase della rassegnazione, vedendo che tutti gli sforzi fatti sono stati inutili e non hanno impedito il ricircolo virale. 

In questa situazione, alcune categorie di persone maggiormente a rischio sono state quelle dei cinquantenni e dei sessantenni, che hanno investito tutto sul lavoro e che hanno fatto fatica a vedere prospettive di miglioramento e ripartenza, quelle degli anziani che si sono trovati ancora una volta lontani dai familiari proprio durante le festività natalizie e che hanno progressivamente perso la voglia di lottare e, infine, quelle di forze di polizia e personale medico-sanitario. Questi ultimi si sono trovati di nuovo a combattere in prima linea contro questo nemico, costretti ogni giorno a prendere decisioni difficili che finiscono per influenzare la vita delle persone e dei familiari delle stesse, senza dimenticare l’impatto che tali scelte hanno sulla mente e sulla vita di chi deve compierle. 

 

Ad un anno da quando tutto è cominciato, ci si trova in un contesto quasi identico nonostante i numerosi mesi scivolati via. Il clima della scorsa primavera, che era caratterizzato dalla paura di contrarre il virus e della crisi economica, ma anche dalla volontà di essere produttivi e provare nuovi passatempi per uscirne come persone migliori, si è trasformato nella paura di non tornare più alla normalità, dovuta anche all’incertezza relativa al futuro vicino e lontano: spesso ci si chiede se e quando si risolverà questa situazione, quali saranno le ripercussioni a lungo termine, ma nel proprio piccolo è anche difficile prevedere quali saranno le limitazioni che verranno imposte la settimana successiva, trovandoci a vivere in un clima di costante precarietà. 

Con questa ennesima chiusura, soprattutto nelle giornate sterili dei giovani studenti, si sta facendo strada un malessere crescente, legato ad una sempre minor voglia di fare. Spesso si ha l’impressione di osservare la propria vita scorrere senza viverla davvero, come si percepisce anche dalla frase “It feels like my life ain’t mine” della canzone “1-800-273-8255” dell’artista americano Logic. Questo succede perché si tratta di un problema fuori dal nostro controllo, su cui perciò si ha poco potere: la sensazione di impotenza a lungo andare porta alla diminuzione della forza necessaria per reagire, conducendo in un oblio di monotonia in cui si prosegue solo per azione dell’inerzia. 

 

Sempre in questo brano, però, si può trovare l’espressione “It’s holding on, though the road’s long” che invita a vedere la cosiddetta “luce in fondo al tunnel”, costituita in questo caso dall’arrivo dei primi vaccini: con la possibilità di vaccinarsi, infatti, sta nascendo un sentimento di rivalsa che rinnova il desiderio di combattere e sovrastare il virus. Grazie al vaccino l’uomo potrà riconquistare un’arma molto utile: la speranza. 

Ovviamente, come dicono anche gli esperti nel campo, quando la pandemia sarà ormai un ricordo, porteremo questo lungo periodo nella memoria: alcune abitudini sono già cambiate e molte resteranno con noi come “nuove normalità“, ma il pericolo è che i disastri accumulati nella mente, non venendo mai risolti, possano occupare il vuoto lasciato dall’emergenza, con conseguenti disturbi da stress post-traumatico nei soggetti più fragili e colpiti. 

Ognuno avrà il proprio modo di reagire in base a quanto la forza interiore detterà, magari gettandosi i ricordi alle spalle, oppure inseguendo il desiderio di rivincita e di ritorno all’antico benessere: sarà insomma responsabilità del singolo il modo con cui affrontare la nuova realtà quotidiana, cercando di sfruttare le occasioni per trarre il meglio dalle situazioni più difficili. 

 

Per non abbattersi, si può pensare che queste privazioni ci porteranno ad apprezzare ancora di più la vita, ma intanto possiamo trovare ispirazione in alcuni versi della poesia “Lindoro di deserto” di Giuseppe Ungaretti, che esprimono la speranza dell’uomo che cerca di proseguire nonostante le numerose difficoltà e che recitano:  

 

Da questa terrazza di desolazione 

in braccio mi sporgo 

al buon tempo. 

 

 Vanessa Piccaluga 4B

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