“Per la prima volta in vent’anni non sono riuscita a controllare le emozioni”

L’intervista alla fisiatra Sabrina Luoni, madre di uno studente del Tosi, in prima linea contro il Covid.

Le rivelazioni di cosa significa essere in diretto contatto con la morte per Covid, le terapie, i pareri sui vaccini, il cambiamento nel lavoro con la pandemia. Questi sono solo alcuni degli argomenti trattati nell’intervista a Sabrina Luoni, medico fisiatra del Centro Ortopedico a Lanzo d’Intelvi, in provincia di Como. La dottoressa si è schierata in prima linea durante la pandemia di Covid-19 e nella sua clinica, ribattezzata centro Covid, ha aiutato i pazienti che non avevano bisogno di terapia intensiva.

Che cosa ha provato quando per la prima volta ha assistito un paziente Covid?

“Ho avuto molta paura. Ricordo che un intero reparto era chiuso. Nessuno poteva entrare, a parte noi medici tutti bardati. La situazione era sconosciuta. Il primo paziente Covid che abbiamo ricoverato nel nostro ospedale aveva settant’anni.

Proprio perché ci siamo trovati di fronte a una malattia assolutamente ignota, come anche in altri ospedali, abbiamo commesso qualche errore, ma ne abbiamo tratto insegnamento, modificando talvolta i protocolli.”

 

Protocolli? Ci spieghi           

“Abbiamo posto particolare attenzione a isolamenti, tamponi, mascherine e camici usa e getta. In un crescendo di lavoro che si è rivelato sempre più complesso, mentre le terapie sono rimaste pressoché le stesse.”

 

Cioè, quali terapie?

“Utilizziamo le tradizionali pratiche presenti nei protocolli come l’eparina a basso peso molecolare per evitare le trombosi, le terapie cortisoniche, antibiotiche per curare le eventuali infezioni batteriche che talvolta si sviluppano sopra una polmonite bilaterale. Se queste non funzionano entrano in gioco dei macchinari: prima il normale ossigeno, poi se la situazione si aggrava si passa al casco che aiuta ancora di più il polmone ed infine – se la situazione è molto grave – l’ultimo step è l’intubazione, dove una macchina funziona come un polmone vero e proprio e ne permette il corretto funzionamento.”

 

Ha mai sentito parlare dell’ozono-terapia, cosa ne pensa?

“Utilizziamo l’ozonoterapia, ma per curare patologie come l’ernia al disco. Personalmente non l’ho mai provata su pazienti positivi. Comunque credo che davanti a una nuova situazione si debba provare tutto”.

 

Passando dalla terapia ai numeri, quanti pazienti non ce l’hanno fatta?

“In totale i decessi sono stati quaranta. Per fortuna, se così si può dire, erano tutti anziani e avevano patologie pregresse. Il numero più alto di morti si è registrato nell’ultima ondata, quella di gennaio, perché le nuove varianti contagiano più velocemente. Proprio per questo, i pazienti covid del nostro centro nell’ultima ondata sono saliti a centoquindici.

 

Che cosa ha provato quando si è trovata a tu per tu con la morte di un paziente Covid?

Quando si fa il mio mestiere bisogna abituarsi alla morte. Fortunatamente non abbiamo avuto decessi di persone giovani. Detto questo, dinanzi alla morte si prova sempre un senso di paura e di impotenza, è sempre una vita che si perde, è la natura che fa il suo corso.

 

Ha detto che la morte è il pericolo del suo mestiere: come questo ha influito sulla sua famiglia?

All’inizio della pandemia ho avuto moltissima paura, perché non conoscevo il virus e non si sapeva nulla a riguardo, poi con l’avanzare della ricerca abbiamo imparato a capirlo e combatterlo e quindi la paura è scomparsa. Per l’incolumità della mia famiglia ovviamente ho avuto paura, ho evitato di andare a visitare i miei genitori e sono stata più attenta in casa.

 

Ora con il vaccino, si sente più sicura?

Sì, decisamente. Tra l’altro nella mia clinica sono stata la numero due ed ero già tranquilla, visti i dati oggettivi. Anche nella nostra piccola realtà i vaccini hanno funzionato: nell’ultima ondata nessun operatore si è contagiato, a differenza della prima.

 

Che cosa pensa degli effetti collaterali del vaccino Astrazeneca?

Credo che tutti i vaccini abbiano complicanze. Quando si inietta un vaccino è del tutto naturale che in alcuni pazienti si manifestino delle reazioni: l’iniezione mima i sintomi del virus.

 

E delle riaperture in Lombardia?

Penso che, se fossimo tutti intelligenti e in grado di capire che la pandemia non è una finzione, non ci sarebbero problemi. Purtroppo non ne siamo in grado: i negozi sono pieni di gente, le distanze non ci sono. D’altra parte credo che sia necessario riaprire per tornare a una vita quasi normale. Detto questo, le nuove riaperture non sono sinonimo di “aprire i cancelli e fuori tutti”.

 

Qual è stata l’esperienza più significativa che ha vissuto?

“Porto nel cuore questa. Pochi giorni dalla morte del padre, un cinquantenne era arrivato in ambulanza nel nostro Centro. Uscito dall’ascensore in sedia a rotelle, io mi sono avvicinata per presentarmi e accompagnarlo in stanza. Aveva la mascherina e mi ha guardata dritto negli occhi: era terrorizzato. Per la prima volta ho capito che cosa significa avere paura e per la prima volta dopo venti anni di professione mi sono messa a piangere davanti ad un paziente. Aveva la paura negli occhi, troppa paura e non sono stata capace di trattenermi. Ricordo che mi diceva sempre che non voleva dormire perché aveva paura di ricordarsi quello che aveva visto in tutte le stanze di ospedale precedenti in cui, morto il suo compagno di stanza, subito veniva sostituito da un altro. 
È guarito dopo circa tre settimane e quello sguardo mi è rimasto ancora nel cuore.”

 

Un consiglio in primis a noi giovani e poi alla gente?

Molte persone si documentano con piattaforme virtuali come Instagram, Facebook e Wikipedia, leggendo i giornali o ascoltando radio o Tv. Ma vi prego, rielaborate le informazioni e usate la vostra testa.

 

Classe 2D

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