POST-COVID. Cap. 2: Compagni!

Non so quanto tempo sia passato, ma non sono più in strada. Sento di essere sdraiato su qualcosa di morbido, forse un letto. Ho la vista appannata, ma riesco più o meno a capire che mi trovo in una stanza con pareti di un giallo invecchiato. Inizio a sentire un dolore alla testa. Con fatica cerco di portarmi una mano sulla nuca. A malapena sento il mio corpo, come se fosse addormentato.

Il locale è immerso nella penombra. C’è soltanto una debole luce rossastra che sbircia da una finestra lì vicino. Cerco di allungare lo sguardo nella speranza di scorgere cosa ci sia fuori, ma non vedo altro che un vasto campo trasandato, con degli alberi in lontananza.

Devo trovarmi in uno di quei vecchi casolari abbandonati in mezzo al nulla, tipici del paesaggio padano, apocalisse o meno. Il sole sembra stia per tramontare. Sarei dovuto arrivare a Varese entro il pomeriggio. Mi sento debole… fatico a respirare… oh, no. Che sia stato infettato in qualche modo? Ma dove? In città?

La malattia ci mette due settimane per mostrare i sintomi! Quando può essere successo? Inizio ad agitarmi terribilmente! La mia mente è ancora annebbiata, come avvolta da una coltre di vapore denso e pesante, mi dimeno sempre più forte, provo a muovere le gambe ma non ci riesco: cosa diavolo mi sta succedendo?

“Rilassati… sei a posto.” Un uomo alto, con i capelli lunghi, una barba nera trasandata e uno strano copricapo, emerge dalla penombra fuori dalla stanza. “Sono solo le sostanze che quei bastardi mettono sulle loro penne: le chiamiamo aspirine. Sembra che lo facciano apposta a usare farmaci scaduti. Diamine! Ho visto uomini delirare per giorni a causa di un semplice Oki.”

Si avvicina a me, con passo pesante, tenendo le mani dietro la schiena. Prende una sedia da una scrivania lì vicino e ci si appoggia al contrario, coi gomiti sullo schienale. Si posiziona proprio sotto al raggio di luce della finestra e, in quella strana luce arancione, noto che indossa una specie di uniforme militare e un berretto da ufficiale con una stella rossa. Mi accorgo poi che porta sull’occhio destro una mascherina nera, ritagliata come una benda. “Quei barbari non sono nemmeno capaci di leggere un foglietto illustrativo” mi dice ridendo.

Ricambio con una risata mista a un colpo di tosse.

“Tieni questo: ti rimetterà in sesto subito.” e mi porge una confezione di integratori di vitamina C che, come tutti sappiamo, è la panacea universale contro ogni malattia conosciuta dall’essere umano, l’equivalente farmaceutico alla bomba atomica, oserei dire.

Mi sento, ovviamente, subito meglio. “In piedi, soldato! Abbiamo molto di cui parlare.” Mi dà una pacca sulla spalla e si avvia verso la porta.

Mentre si gira, noto una pistola riposta in una fondina sulla sua gamba. Preoccupato, mi tiro su dal mio giaciglio e tento con le braccia ancora non del tutto sveglie di portarmi in posizione seduta.

Domande su domande misi affollano in testa. Chi è questo tizio? Che ci fa qui fuori, così lontano da una Zona di Quarantena? Perché mi ha salvato e come fa ad avere delle armi? Dio, non aveva nemmeno una mascherina… non sulla bocca, almeno.

Riparo il buco sul braccio dell’uniforme alla bell’e meglio e lentamente mi dirigo verso le scale. È qui che mi accorgo di una caratteristica rassicurante quanto Kim Jong Un con in mano una bomba all’antimateria: il carico che trasportavo non era in camera con me, e sono sicuro che non mi sia caduto durante l’agguato. Spero di non essere passato dalla padella alla brace.

Scendendo al piano terra, vedo altre otto persone vestite con uniformi militari o giubbotti antiproiettile e qualcuno con un passamontagna. C’è un gran baccano nella sala, tanto da sembrare una festa. Tutti stanno mangiando, bevendo e urlando battute di infimo livello, ma c’è qualcosa di strano: sono tutti accalcati, si toccano, si urtano, si danno pacche sulle spalle, parlano attaccati l’un l’altro e, a parte quelli col passamontagna, nessuno ha bocca o naso coperti. Delle mascherine nemmeno l’ombra.

Una ragazza in particolare attira la mia attenzione. Alta, capelli castani tagliati all’altezza del collo e occhi castani, con dei tratti somatici, ad una prima occhiata, non proprio italiani. Porta un cappello nero di lana e si vede che indossa una mimetica modificata, forse una volta da uomo, che ancora le sta larga sulle spalle. Sopra la mimetica e lungo le gambe fino alle ginocchia, spicca una specie di imbracatura con dei moschettoni e vedo che ha degli stivali pesanti con dei chiodi conficcati nella parte anteriore delle suole, come per far presa su una superficie verticale. Ha un viso delicato, sembra in generale c’entrare ben poco con gli altri del gruppo, ma poi si gira e le vedo appeso sulla schiena un fucile di un metro e mezzo. Ecco spiegato il perché di tutta quell’attrezzatura da arrampicata: è una tiratrice scelta. Sta parlando con due uomini.

Uno è un ragazzo pallido, molto snello, né alto né basso. Sugli abiti ha delle toppe simili a quelle degli altri, ma l’uniforme che indossa è particolare, attillata, di un nero opaco che non riflette il benché minimo raggio di luce e con chiazze di verde sbiadito qua e là, piena fondine da lama dalle quali fanno capolino almeno sei pugnali diversi. Ha addirittura dei guanti con delle cartucciere cucite sui polsi, nelle quali sono infilati chiodi, forbici e altre lame di fortuna. Ha i capelli corti, nerissimi e disordinati, il viso appuntito con gli zigomi molto sporgenti, il mento stretto, un naso adunco e gli occhi di un nero glaciale. Non dice una singola parola, si limita ad annuire quasi impercettibilmente alle domande degli altri due e per il resto è il suo sguardo a parlare per lui.

Il secondo uomo è alto, imponente, di colore, sulla trentina, capelli rasati e una faccia larga dall’espressione tranquilla, ma a vedere la sua stazza sembra l’ultima persona che vorrei trovarmi davanti in una rissa. Indossa un lungo giaccone marrone che gli scende fino alle ginocchia, foderato all’interno con una pelliccia pesante. In generale, sembra non essere vestito come gli altri e mi accorgo che è l’unico ad indossare una mascherina. Tornando con lo sguardo sull’uomo magro, noto che tiene qualcosa dietro le gambe… Il carico! Provo ad avvicinarmi per sentire di cosa stiano parlando:

“…non mi sorprende, dunque, che il Comandante sia esaltato per gli avvenimenti di quest’oggi” dice l’uomo alla ragazza, che ribatte:

“Non lo so, mi sembra che ci stia sfuggendo qualcosa… qualcosa di così ovvio che nemmeno ce ne accorgiamo”.

“Può darsi… Ahimè, così poco sappiamo della zona a nord del Mercato. Ad ogni modo, hai ricevuto il rapporto dalla terza divisione?”

C’è qualcosa di particolare nella parlata e nella gestualità dell’uomo.

“Le cose a Roma non vanno molto bene. Il nuovo Presidente sembra stia perdendo sempre più la fiducia del Parlamento, e di sicuro il suo… carisma non aiuta” risponde lei, virgolettando con le dita le ultime parole, e continua:

“Ho paura che il nostro amico possa approfittare di questo per tentare…”

 

Improvvisamente l’uomo che era in camera con me sale su un tavolino, richiama l’attenzione degli altri nella stanza ed esclama, con un’espressione beffarda e quasi compiaciuta:

“Signori, un attimo di attenzione… Che ti avevo detto, Martìn? Sta succedendo qualcosa di dannatamente strano a sud!” L’uomo di colore che stava parlando con la ragazza si abbassa la mascherina e gli risponde, dall’altra parte della stanza:

“Pazienza, Ernesto, non balzare a conclusioni affrettate. Non sappiamo ancora se valga la pena intervenire, o se si tratti soltanto di qualche spostamento un po’ anomalo”. Ha un segno sulla guancia destra, forse un’ustione, non troppo vistosa, ma nemmeno così piccola da non essere notata.

“Un po’ anomalo?! Che diavolo! I Businessmen non si sono mai spinti sopra Cerro in sei anni! Per quale motivo dovrebbero farlo adesso? Qui sta succedendo qualcosa!”

L’uomo con la “benda”, che mi sembra di intendere si chiami Ernesto e sia una figura rilevante nel gruppo, si sta scaldando, ma non sembra arrabbiato. Anzi, a guardarlo pare divertirsi a discutere con questo Martìn. “Forse un tempo non avrebbe avuto senso, ma ora i traffici principali non sono più a sud di Milano. Il polo in questa regione sta divenendo Varese, ormai da un anno a questa parte. Se desideri sentire la mia opinione, Milano sta morendo, e sarebbe sulle cause di questo decesso che dovremmo indagare, non sulle migrazioni di un branco di sbandati”.

“Andiamo, Martìn, Milano non può morire! È il dannato centro economico della regione! Io dico di preoccuparci dei banditi e di andare a sud, perché è maledettamente strano che questi psicopatici si stiano spostando dal loro territorio!” controbatte Ernesto quasi urlando.

“E se le due cose fossero collegate?” interviene allora la ragazza.

“Cosa proponi, Erika?” Risponde Martìn.

“I Businessmen sono territoriali e non lascerebbero mai la loro zona, anche se non ci passasse più nemmeno mezzo corriere. E perché Milano, di punto in bianco, un anno fa ha dimezzato le spedizioni?”

I due uomini sembrano incuriositi dalle parole della ragazza.

“Dove vuoi arrivare?” le chiede Ernesto.

“E se ci fosse qualc…”

 

La porta d’ingresso si apre di colpo, un ragazzo vestito con abiti militari come gli altri entra ansimante nella stanza e, rivolgendosi a Ernesto, urla:

“Gli Stonksmen! Ero di pattuglia nella loro zona… ho visto delle carovane uscire dal Mercato… stanno lasciando Arese!” Tutti nella stanza esultano, tranne i tre protagonisti della discussione. Martìn, soprattutto, sembra molto turbato dalle parole del giovane.

“Compagni” esclama “Sono assai dispiaciuto di dover terminare così bruscamente la vostra festa, ma questa notizia è tutt’altro che rassicurante. Gli Stonksmen sono anni che si tengono ben stretto il loro Mercato e non lo abbandonerebbero per nessun motivo in questo mondo”. Si rivolge poi alla ragazza:

“Erika, avevi ragione. Io ed Ernesto non capivamo di star discutendo del medesimo problema. Sta accadendo qualcosa di terribile a Milano, qualcosa che ha spinto i Businessmen a muoversi così a nord, qualcosa che sta facendo lentamente collassare la città e qualcosa che ora ha spinto i predatori più temibili di questa zona ad abbandonare la loro roccaforte.” Ha un modo tutto suo di parlare: gesticola ed enfatizza le parole come se stesse recitando.

“Ah, la tua maledetta teatralità, Martìn…la tiri fuori in due occasioni: quando parti con i tuoi discorsoni filosofici e quando ti immagini le peggiori catastrofi. E dalla tua faccia direi che è la seconda. Cos’hai in mente?” Gli risponde ironicamente Ernesto sorridendo.

“Penso che tu lo sappia anche meglio di me, Comandante.” La voce di Martìn si fa più cupa.

Il sorriso dal viso di Ernesto sparisce.

“Ho capito”. Anche il tono della sua voce si fa serio, quasi rassegnato e sembra che la risposta lo abbia turbato più di quanto si aspettasse. Si avvia verso una porta lì di fianco mentre dice al ragazzo magro che parlava con la ragazza:

“Elias, ridai la roba al fattorino e portalo da me, dobbiamo parlare di alcune cose. Erika, fai organizzare le truppe. Martìn, prendi due uomini e cancella ogni traccia in casa: ripulite tutto e poi raggiungeteci di là. Diavolo, mi servirà ben più di un’aspirina per calmarmi, adesso!”

Il ragazzo non dice una parola: mi mette lo zaino sulle spalle, mi afferra per il braccio, con una presa ben più forte di quanto mi aspettassi a guardarlo, e mi trascina quasi a forza in una piccola cucina disordinata e con la ruggine sulle pareti. Ernesto, con altri due uomini alle sue spalle, mi aspetta seduto ad un tavolo, con i piedi appoggiati sul bordo, le braccia conserte e uno sguardo seccato. “Tu sai chi sono io?”

“A… adire il vero, no… signore”, rispondo timidamente mentre mi guardo intorno con aria preoccupata. Elias è dietro di me, di fianco alla porta della cucina. Mi guarda torvo, come se fosse pronto a sgozzarmi con uno dei suoi pugnali al minimo movimento. Noto che sono l’unico nella stanza a indossare la mascherina.

“Sai cosa significa questo simbolo?” Mi mostra una toppa sulla sua uniforme, di colore rosso, con il ricamo dorato di una siringa a forma di falce e una maschera antigas a forma di martello incrociati. Sotto al disegno ci sono quattro lettere, di colore diverso: DiComP17. Ora, dato che sono un dipendente della Ponti specializzato nella consegna e nel recupero di pacchi, conosco a memoria ogni singolo acronimo mai concepito dalla razza umana, ma questo… questo, in nome di Dio, non ho la più pallida idea di cosa voglia dire.

Decido quindi di adottare la stessa tattica pluri-sperimentata che impiegavo negli esami sugli acronimi: sparare delle parole a caso che sembrano c’entrare qualcosa tra loro e confidare in Gesù Cristo. “Divisione…Comunisti…Padani…17?”

Lui mi fissa per un po’ con uno sguardo tagliente, finché non esordisce secco: “Si.” Né più, né meno. Smette per un attimo di guardarmi come un cane guarderebbe un osso e sembra rilassarsi. “Aahhh aspetta, ma tu dicevi le lettere? Ahahahah, queste?” Mi dice indicando la toppa: “Non ho la più pallida idea di cosa stanno a significare! Erano già cucite sulle uniformi quando le abbiamo prese, ma hai fatto centro: è esattamente quello che siamo. Anzi, ora grazie a te risparmieremo al buon Elias ore e ore di ritaglio e ricamo per toglierle! È un fenomeno con qualunque cosa sia appuntita, ma tu ce lo vedi seduto su una poltrona con ago e filo a cucire le uniformi? AHAHAHAH” La sua risata è sguaiata e rumorosa e sovrasta quella di tutti gli altri nella stanza. Mi giro per vedere la reazione del mio silente e striminzito “golem” armato di lame: niente. Encefalogramma piatto. Espressività di una lastra di alluminio. Si limita a muovere quelle sue gelide fessure a forma di occhi verso di me senza nemmeno muovere di un millimetro la testa. Forse è il caso che mi rigiri verso Ernesto. Adesso sembra che si sia dimenticato della discussione con quell’uomo con l’ustione in faccia, Martìn.

Si aggiusta la mascherina sull’occhio e mi porge la mano, così, senza nemmeno un guanto: “Ernesto Menara. E questi signori che vedi sono i miei Compagni. Siamo la Nuova Brigata Rossa. Ma non credere: non siamo qui per rapire presidenti o altre stronzate da terrorista dilettante. Siamo partigiani, difensori della libertà nella Zona Contaminata. Ci capita spesso di salvare il culo, perdona il francesismo, ai fattorini come te”.

Prende il filtro usato di una maschera antigas, svuota i sedimenti su una banconota da cento e se l’arrotola come fosse un sigaro. Nella stanza si diffonde un odore simile a zolfo, cane bagnato e… Dio solo sa cosa.

“Dimmi la tua matricola, ragazzo” mi fa, sbuffandomi in faccia quell’aroma di morte e disperazione. Oltre a contorcermi per l’odore, mi viene da chiedermi quale incosciente respirerebbe in faccia a qualcuno, come se il virus non esistesse, ma è meglio che mi limiti a rispondere alla domanda: “SR-66.ILLc, signore.”

“Ahhh, sembra il nome di un tosaerba tedesco. Serve qualcosa di più semplice…” Mi fissa, come se mi stesse prendendo le misure. Chissà che nome starà scegliendo, quanta creatività e quanta inventiva… “Facciamo che ti chiamo Corriere e basta, ok?”

La delusione si fa tangibile sul mio volto.

“Fidati: non ti conviene che qualcuno venga a sapere che i comunisti cattivi sanno il tuo nome, soprattutto la Ponti. Allora, Corriere, immagino non sia la prima volta che ti avventuri nella incantevole Zona Contaminata di Milano Ovest.”

“A dire il vero… Non ero mai uscito da Busto negli ultimi sette anni, signore”.

“Ah. Cioè tu sei… Com’è che li chiamano alla Ponti quelli come voi? Uno Spedizioniere, o roba simile? Un novellino, insomma.” Sembra molto innervosito dalla mia risposta.

“Beh, ragazzino, questa proooprio non ci voleva .Immagino che hai sentito la mia discussione col signore di là, Martìn. Questi cazzo di Businessmen non dovrebbero essere qui, ma diavolo, ci sono, e non sappiamo perché. Aggiungi che, dopo anni,hanno lasciato quel cumulo di macerie contaminate di Arese, più il fatto che Milano sta piano piano morendo e ottieni un bel casino di cui nessuno sa nulla, ovviamente! Quando ti abbiamo visto lì per terra svenuto in quella discarica abbiamo pensato “È fatta! Un Postino! Sicuramente la Ponti sa qualcosa sulla Zona!” E invece no! abbiamo raccattato una recluta al suo primo giorno di lavoro! Dannazione… comunque, per come sono andate le cose, sei fortunato non sia stato anche l’ultimo.”

“Ehm… Io non… M-Mi dispiace, signore. Cercherò di… Ehm… U-Uscire di più la prossima prima volta… Signore! Posso andare adesso, signore?”

“Dio santo, ragazzo, smettila di chiamarmi signore! Chiamami Ernesto e basta. Oppure, se proprio sei in vena di bolscevismo, CompagnoComandante”.

 

Mi fissa per qualche secondo e gli spunta un sorrisetto sulla faccia. Si alza e si mette lentamente a camminare verso di me, dicendo:

“forse c’è ancora qualcosa che puoi fare per noi, soldato” Vedendolo avvicinarsi, per abitudine tiro indietro il busto per mantenere le distanze, ma lui si mette dietro di me e mi appoggia con forza le mani sulle spalle. Si siede sul bordo del tavolo, e continua:

“Puoi stare tranquillo: non ti chiederemo di venire con noi a sparare ai cattivi. Quello che ti chiedo è un semplice, piccolo favore.” Si protrae con il corpo verso di me e mi guarda negli occhi: “In caso capiti a Milano, e in casi entri dal cancello ovest, c’è un nostro avamposto nelle vicinanze, un rifugio per tutti i liberi combattenti della Rivoluzione. Fidati: non avrai problemi a trovarlo. Quando sei lì, di’ agli uomini all’ingresso la frase: ‘Non sono comunista, ma…’. Ah, ovviamente, alza il pugno mentre lo dici. A questo punto loro completeranno la frase nel modo che riterranno più adeguato e ti faranno una domanda in codice, che può spaziare dalle ultime parole del Che al condimento migliore da mettere sui bambini,ma in ogni caso tu risponderai, e stai attento qui, ‘Giungerà presto lo sguardo rivoluzionario, e riceverà il sostegno del Popolo’. Pensi di riuscire a ricordati questa frase?”

“Ma cosa significa, signor Ernesto?”

“Corriere, se sento un’altra volta la parola signore ti spengo la banconota sulla lingua. E non ti aspetterai che, dopo averti detto una frase in codice apposta per non fartela capire, io mi metto pure a spiegartela, così che se cambi idea puoi tranquillamente sputtanarci due settimane di piani, no?” E un’altra sbuffata, un po’ meno mortale della prima.

“Certo sign… ehm, Compagno Comandante Ernesto ma… io non so nemmeno se ci dovrò mai andare a Milano, e non so da che parte ci entrerò. La circolazione nelle città è pure limitata”.

Lui sembra non curarsi di ciò che gli dico, come se fosse sicuro che tutto andrà esattamente come dice, o come se avesse già un piano di riserva e il mio contributo non sia, in fondo, così fondamentale. “Non preoccuparti, Corriere. Non lo fai tu? Ci pensa qualcun altro, abbiamo i nostri agganci, tu non ci hai mai incontrati e amen. Ti chiedo solo di provarci in caso capitassi là. Diavolo, ti abbiamo salvato la vita!”

“Va bene” rispondo io, non sapendo nemmeno se Milano sia ancora come l’ultima volta che ci andai, anni e anni prima.

Spegne il sigaro e butta per terra il mozzicone. I due alle sue spalle sembrano distratti: non si aspettano qualche mossa stupida da parte mia. “Ah, un ultima cosa, Corriere.” Fa un cenno col capo a Elias, che quasi mi tira su di peso: “Non pensarci nemmeno. Hai capito cosa. Abbiamo uomini ovunque, uomini che non ci mettono niente a trovare un fattorino qualsiasi che vuole fare l’eroe del cazzo e che non sono molto disponibili a sistemarlo in fretta e senza sangue, sapendo che ha tradito dei Compagni. Magari sarà proprio il buon Elias ad occuparsi di te, e credimi tu non vuoi che Elias si occupi di te. Ma tanto so che l’idea non ti ha nemmeno sfiorato il cervello, dico bene? Accompagna fuori il signore, Elias”.

Mi stringe il braccio e a momenti mi scaraventa fuori, ma un attimo prima mi decido, nonostante la paura, a domandare ciò che mi chiedo da quando ho visto Ernesto comparire sull’uscio della stanza di sopra: “Ma insomma, chi siete voi? Come fate ad avere quelle armi? Perché nessuno qui indossa delle mascherine e vi comportate come se il virus non ci fosse?”

Nessuno in tutta la cucina apre bocca: si limitano a guardarmi storto, soprattutto Ernesto, che mi scruta feroce con quel suo unico scurissimo occhio. Il buon senso suggerirebbe di tacere e lasciare che Elias, il cui sguardo nemmeno oso immaginare, mi accompagni fuori, ma non riesco a trattenermi: “Almeno ditemi qual è il vostro scopo…” Le parole mi escono dalla bocca come un rantolo sconsolato. Il silenzio diventa insopportabile. È come se qualcuno stesse comprimendo tutta l’aria nella stanza, sempre di più, sempre di più…

“La Rivoluzione, figliolo!”

Mi giro e vedo la figura imponente di Martìn sull’uscio della cucina. “La Rivoluzione”, ripete con tono calmo e solenne. Mi fissa dritto negli occhi, poi si gira verso Ernesto e si scambia con lui uno sguardo d’intesa.

Elias mi stringe ancora di più il braccio e ricomincia a scortarmi fuori. Mi trascina per tutto il salotto, fino alla porta del casolare. Nessuna parola, nessun gesto, nulla: soltanto lui che mi fissa in maniera più che eloquente per qualche decimo di secondo, per poi sbattermi la porta in faccia.

Mi porto le mani sulle spalle. Ho ancora addosso lo zaino con il carico. Lo apro per controllare ci sia tutto… sembra di sì. Cerco con le mani la maschera antigas, la estraggo e faccio per indossarla. Una crepa lungo tutto il vetro. Deva avermela rotta il Businessman saltandomi addosso. Ormai è completamente inutile, tanto vale buttarla. Prendo una delle mascherine del carico e mi incammino per un centinaio di metri verso quella che mi sembra un’autostrada.

“A8 Milano-Varese” vedo scritto su un cartello arrugginito. Non ho idea di dove mi trovi, ma questa è in ogni caso l’autostrada che avrei dovuto seguire.

Decido di imboccarla nella direzione segnata dal cartello senza farmi troppe domande.

È completamente deserta e immersa nel silenzio del crepuscolo. Proseguo fino a che le macerie di un cavalcavia crollato non mi bloccano la strada. L’unica è salirci sopra e calarsi dall’altra parte.

Arrivo sopra al cavalcavia. La luce del tramonto mi investe, cerco di riparami gli occhi, ma vengo accecato per qualche secondo. Riapro gli occhi e…

Soltanto io, una fila interminabile di carcasse di automobili, le macerie di qualche paesino dimenticato in lontananza e una infinita striscia d’asfalto nero che va a perdersi oltre l’orizzonte.

Nient’altro, per chilometri e chilometri. Mi sembra che se solo volessi, potrei correre e correre verso l’orizzonte, all’infinito, senza mai trovare una fine.

Il sole, enorme nel cielo splendente, inonda tutto ciò che si riesce a scorgere con la sua calda e tiepida radiazione. Mi sento un po’ come… se avessi vissuto tutta la vita in una caverna e per la prima volta avessi visto l’immensità del mondo, senza pareti di roccia o soffitti impenetrabili, senza confini, e il mio viso fosse per la prima volta accarezzato dalla luce del sole. È tutto così surreale, così… nuovo. Per un attimo dimentico di essere sempre qui, in Lombardia. Dimentico cosa stia facendo, dimentico dove stia andando… Mi perdo per un attimo a osservare questo spettacolo alieno e la mia mente inizia a vagare, come una zattera nell’oceano, ondeggiando da un pensiero all’altro.

Inizio a domandarmi cosa stia accadendo nel resto del mondo. In tutti quegli anni passati in isolamento, mai nemmeno una notizia dagli altri Paesi. Quasi ovunque l’umanità si è isolata anche all’interno dei confini nazionali, figuriamoci all’esterno! Chissà se adesso in Francia, in America, in Cina, un altro giovane e inesperto corriere sta muovendo i suoi primi passi in questo nuovo mondo sconosciuto, diverso da qualunque cosa possa ricordarsi di quello vecchio che ora, semplicemente, non esiste più.

Sette anni fa vedevo innalzarsi e subito chiudersi i cancelli della città. Solo ora mi accorgo di non aver mai più visto un tramonto come questo fino ad ora. Solo ora mi accorgo di non aver conosciuto altro che il mio piccolo universo per sette anni. Tutto quello che posso aver letto sui manuali della Ponti… niente può davvero prepararmi per ciò che troverò nel mondo fuori dalle mura di Busto Arsizio.

I libri di scuola ormai sono solo fotogrammi sbiaditi di un mondo che è morto da molto tempo. Una civiltà che non esisterà mai più. Perché, se era il virus ad ammalare i nostri corpi, sono in realtà state la paura, le carestie, i continui vaccini inefficaci, le purghe, i rastrellamenti notturni, il terribile sospetto, gli Smaltitori per le strade, i quartieri svuotati e lasciati a marcire… i corpi inerti dei malati abbandonati sul ciglio della strada nell’Anno Bianco… tutto questo, alla fine, ha fatto morire ogni speranza che la società potesse tornare come quella di un tempo… a malapena mi ricordo di quei giorni.

Se nelle città, pur adottando le crudeli misure necessarie per sopravvivere, la civiltà si è conservata, nelle Zone Contaminate, fuori dalle loro mura, si è evoluta in chissà quali maniere. Sempre che si possa ancora parlare di civiltà. Niente Stato, nessuna legge, nessuno a mantenere l’ordine… Il mondo fuori dalle Zone di Quarantena è stato lasciato a sé stesso e ciò che mi è successo oggi, beh, ho la netta sensazione che sia solo un piccolo assaggio di quello che c’è là fuori.

Dunque, sono qui, da solo, dinnanzi a questo nuovo mondo, estraneo a tutto ciò che so, che mi investe tutto d’un colpo con la sua affascinante desolazione. Trasandato, caotico, contaminato, ma anche libero, sconfinato, bellissimo… un po’ come questo sole che, dopo tanto tempo, ammiro per come è veramente, senza i palazzi della città a ritagliarmene via dei pezzi.

Sette anni. E ora sono qui, ad ammirare il mondo per com’è veramente, senza i rimasugli della civiltà a ritagliarmene via dei pezzi.

Francesco Grampa 3G

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