“Apatismo” Artico.

Freddo: congelante ed inattaccabile. Era questo che il mio corpo solitario e morente, nel mezzo di una fitta nevicata dicembrina sulle pendici dell’Ortigara, provava sia internamente che esternamente. Non pensavo che avrei rivisto un volto umano ma, soprattutto, mai avrei pensato di morire così.

Quelle rare volte che nella vita si pensa alla propria morte, sia per paura o solamente perché il sol pensiero temiamo ci porti più velocemente alla meta, ce la si augura indolore, circondati dalle persone a cui vogliamo bene ma in ogni caso in tarda età, e anche io mi ero augurato una morte simile, però nella mia versione mi trovavo a Palau a bere Margarita e ridere sulla mia vita.

Certo, non mi aspettavo una fine così, seppellito dalla neve e odiato da tutti. Purtroppo la mia intera vita mi portò sin dall’inizio ad essere restio ai sentimenti, ma mai, nemmeno nei miei sogni più reconditi, avrei immaginato che alla fine il mio stesso scudo mi si sarebbe rivolto contro. Perché alla fine la mia anaffettività era questo: uno scudo. C’è chi si rifugia nella moda, c’è chi si rifugia nell’alcol e c’è chi si rifugia negli amici. Io per tutto il corso della vita non avevo fatto altro che nascondermi o, meglio, nascondere i miei sentimenti dentro me stesso, per paura che qualcuno potesse infrangere il mio delicato equilibrio interiore.

Una volta, da ragazzo, uscivo dalla mia biblioteca dopo una dura litigata con un mia amica, sempre inerente al fatto che nei rapporti con le persone sembrava avessi un cuore di ghiaccio rivestito in pietra. Sbattuta la porta e direttomi dai miei vicini di casa, decisi nel tragitto di iniziare ad aprirmi verso gli altri e cercai di “spostare” un po’il mio scudo difensivo. Giacomo, il figlio dei vicini, era mio amico da quando ne avessi memoria ed, entrato nel suo salotto, decisi in quel momento di iniziare a parlargli dei miei problemi personali ma, sopra ogni cosa, a parlare di quanto appena accaduto.Lui però mi vide una lacrima sotto l’occhio e, con farestudiatamente ironico, mi disse: “Guarda un po’ chi riesce a provare delle emozioni!” Frase che in quel determinato momento mi sembrò come una freccia al cuore e che mi costrinse a tornare sui miei passi, sia moralmente, sia fisicamente.

Persino quella volta che, per il compleanno di Olghina a Roma, decisi di lasciarmi un po’andare e di dare una seconda possibilità alle mie emozioni, già alla fine della serata me ne pentii e mi ripromisi di non fare più tentativi. Ci misi un tot a valutare la festa di Olghina, comunque sia inizialmente erano stati tutti così carini… Persino i camerieri di quel locale di Trastevere, a cui lei aveva detto di trattarmi con particolare attenzione rispetto agli altri invitati, mi fecero parzialmente rivalutare la mia idea sui sentimenti. Fino a quando, una volta usciti dal ristorante e spostatici per le strade della Capitale, un’ “invitata”, a causa di un bicchiere di troppo, si mise a fare uno sconcertante balletto in una fontana nei pressi di palazzo Castellani. Quella performance, che segnò tutti gli invitati come un marchio a fuoco e che li bollò per decenni come “dolci”,penetrò il mio animo con la stessa violenza con cui muggisce una bue. Da quel momento non permisi mai e poi mai a me stesso di oltrepassare il limite in fatto di alcolici, soprattutto considerato il fatto che tenere a bada i miei sentimenti era difficile già stando seduto sul carro: figurarsi a briglia sciolta!

La sera stessa, facendo il résumé della serata con Olghina, lei mi disse: “Suvvia, caro mio, un balletto non può di certo averti arrecato tanto dolore e realizzazione nella stessa serata, e giust’appunto durante il mio compleanno!”

Quella parole poche ore più tardi mi incupirono e mi resero pensieroso più di prima, come se la mia amica considerasse il suo compleanno l’evento più raro della stagione e che tale giornata avrebbe dovuto essere per me magica tanto quanto rivelatrice, tale da farmi cambiare idea su tutto quello a cui avevo creduto e su tutto quello su cui avevo creato le fondamenta della mia persona negli ultimi 18 anni. Un ragionamento assurdo, quanto impossibile, che alla fine dei giochi si rivelò errato e lontano dalla realtà.

La mia vita era stata piena di episodi simili o di individui che mi volevano convincere a modificare il mio modo di provare emozioni, ma io, come con la forza di un fervente religioso, non mi facevo convincere nemmeno dalla persona o dalle parole più persuasivea cambiare “religione”.Non so nemmeno cosa mia moglie Cordelia abbia visto in me quando mi conobbe. Quel giorno ero furioso (unica emozione di cui sia mai stato maestro nell’esternazione). Stavo urlando contro il magnifico rettore di un’Università Spagnola, anche se di magnifico aveva ben poco, e, una volta uscito dal suo ufficio come un forsennato, vidi un’angelica ragazza che ostacolava l’uscita e per poco non avrei sbranato anche lei, se non si fosse prontamente scostata. Giunto alla fine delle scale, estrassi la mia fiaschetta dalla tasca per farmi un goccetto e, proprio mentre la mettevo via, la “mezza sbranata” mi si avvicinò cercando di parlarmi. Senza neanche farla iniziare, finii ciò che avevo lasciato in sospeso davanti alla porta del negligente temendo che fosse una sua messaggera. Finito di urlare indicibili ed infelici esclamazioni contro di lei, ma soprattutto contro tale incompetente rettore, lei scoppiò in una risatina aggraziata che mi stava per innervosire ancora di più, quandoprontamente mi disse: “Eh no, Signorinello! Ora parlo io! Voi mi piacete molto, e non mi capita mai di fare certe affermazioni ad un completo estraneo, ragione per cui farò come se voi non mi aveste detto nulla che non si dovrebbe dire ad una signora. Ma soprattutto nel caso in cui ve lo steste ancora chiedendo, No e mille volte NO ! Non ho nulla a che fare con il vostro “amico” rettore”. Poi mi si avvicinò lentamente, mi prese per il bavero della giacca e mi tirò con forza verso di lei. Sorprendentemente, mi diede un bacio a stampo. Mi stava esplodendo il cervello o, forse, lo stomaco… non ricordo. Poi mi sussurrò all’orecchio: “controllate nella vostra tasca sinistra, vi aspetto stasera, non fate tardi!”

Un anno dopo ci eravamo già sposati e avevamo comprato la nostra prima casa. Ed ora,in fin di vita su questo monte solitario, non riesco a pensare ad altro che a lei. L’avevo odiata terribilmente per quanto avesse insistito sul fare questa vacanza in Italia, giusto per “rilassarci”. Le avevo detto che non avevo bisogno di rilassarmi ma, anzi, ancor di più di concentrarmi sul mio lavoro. Aveva insistito così tanto, ma così tanto, che un giorno, per disperazione, comprai io stesso i biglietti dell’aereo e a cena glieli feci trovare sotto il portapane: ah, quanto era felice quella sera! E nessuno più di lei si sarebbe meritato di esserlo perché ha una felicità travolgente. Con un sorriso riesce ad illuminare una stanza e quella sera il suo sorriso e la sua gioia mi avevano reso fiero di tutto quello che avevamo costruito e quasi mi emozionai. Cercai di mangiare quanto più pane (di cui un piattino può sostenerne) di quanto me ne entrasse in bocca… almeno avrei potuto usare la scusa dell’essermi strozzato. Lei se ne accorse e mi guardò stupita. Le risposi che alla fine mi ero toccato gli occhi con le mani sporche di farina del pane.

E ora che giaccio qui, su questo materasso di neve, con la neve stessa che mi cade sul volto e che si scioglie una volta toccate le mie guance ancora calde, non riesco a pensare ad a altro che a lei.

Come in una specie di strano filmato, mi tornano in mente i ricordi che ho di lei, da quando la sera in cui ci conoscemmo, andammo a bere un drink e restammo a parlare in quello squallido localino da quattro soldi. Si fece talmente tardi che restammo in tre in quella bettola, noi due e il locandiere, che ad una certa fu costretto a cacciarci. O un mese dopo, ad una festa, dove ci mettemmo a ballare come dei matti e lei mi guardava come se fossi tutto ciò che avesse: con le sue braccine incrociate teneva forte le mie mani temendo di poter scivolare a causa della velocità con cui giravamo. Oppure le migliaia di intime cene che abbiamo fatto, così belle da sembrare così brevi.

Uno dei ricordi che preferiscoè il nostro matrimonio: lei sempre elegantemente in ritardo, che corre lungo gli scalini della chiesa, percorre la navata con il fiatone e misussurra un dolce “sei bellissimo, ti amo più di ogni altra cosa” all’orecchio, mentre delle perle saline le scendono dagli occhi.

Oppure tutte le volte che, entrando in casa, mi correva addosso e mi saltava in braccio, o quando andammo in treno fino in Galles: che confusione su quel treno correndo avanti indietro! Dovetti persino pagare una sanzione di 300 sterline perché il nostro cane distrusse un intero servizio da tè, ed una volta arrivati erano entrambi così felici, talmente tanto da dire a me stesso che quel viaggio primaverile prima della stagione di Londra sia stata una delle migliori idee che abbia mai avuto.

Adesso mi torna in mente la mattinata, i tre giorni precedenti a questa nostra fuga montana, quando salimmo verso la zona sciistica. Avevamo in programma di noleggiare una moto-sci per visitare tutto il passo e così facemmo. Una volta in cima, scendemmo dal mezzo ed io mi spostai di qualche metro per fare un giretto del luogo e, per fortuna o per sfortuna, notai un grosso pezzo di ghiaccio che stava per staccarsi. Corsi indietro e iniziai a chiamare: “Cordelia”, ma non c’erano tracce di lei. Seguii l’impronta che i suoi piedini avevano lasciato nella neve. La trovai ad osservare degli scoiattolini che stavano rifugiandosi nella loro tana, la presi per la mano e la tirai di corsa verso la moto.

Mi fece notare che non aveva preso il casco perché l’avevo tirata e che stava andando a riprenderlo. Le risposi che non c’era tempo e la obbligai a mettere il mio, allorché mi disse: “perché ti stai comportando così? Che fretta c’è?”

Di fretta scendemmo: eravamo molto veloci, lei era molto preoccupata e all’orecchio continuava a dirmi di rallentare ma, ovviamente, non le davo ascolto. Continuava ad urlare di fermarmi. Una volta diminuita la velocità, nonostante abbia provato a buttarmi giù e a sterzare verso sinistra, fummo travolti da una massa gelida che ci spinse verso la scarpata. Velocità, scossoni, tagli gelati, sassi…

Stavo morendo di freddo, i miei meravigliosi ricordi stavano iniziando a svanire e la testa a girare come una trottola. Improvvisamente il freddo interno che mi aveva accompagnato iniziava a sparire: come mai sentivo del calore? La faccia mi bolliva: mi sentivo come una pentola a pressione. Poi un colpo di tosse: la neve era rossa e subito una paura terribile di non poter più abbracciare il suo flebile corpo e baciare le sue labbra ciliegine… avrei voluto dirle un milione di belle parole, ma ora non mi restava il tempo neanche di dirle addio. Che assurdo modo di morire! Ci vuole tanto, anzi troppo coraggio! Io che, per una vita intera, non avevo fatto altro che grandi discorsi e poche taciute, ora non avevo più parole.

Mi manca il respir… ma quando riesco a respirare di nuovo, mi bruciano i polmoni, scoppio a piangere, tutte le emozioni iniziano a pervadermi. Proprio come un bambino, ora sento tutto e piango e mi dispero e mi dispero e piango! Perché proprio adesso? Se solo fossi stato capace di sentirlo prima! La neve ormai mi ha seppellito vivo: non sento più niente oltre al mio cuore che batte all’impazzata.

Andrea Trocino 4B

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