Labirinto.

Non si fa che passare da un limbo

all’altro, da porte uguali in ambo 1

i lati opposti di quello stesso

torrione, con ricordi confusi 2

di un antico sentimento represso

che tre sorelle e i loro fusi

hanno intrecciato quella via di vita

che ciecamente si biforca in due3

 

né dritta, né al rovescio è capita.

Si insegue il filo invisibile…

e il sottile manto della follia4

cadde ai piedi dell’inconsolabile

che mai fece uscire dall’abbazia.5

Vi sono molti a quest’inganno persi,6

stati immobili settimane e mesi

brandendo bipenne l’ascia di Cnosso.7

 

Dall’esterno si trova la regola8

una stanza, una finestra, il rosso

è l’estremo confine, la regola

matematica: la vita è l’unico

labirinto senza una soluzione,

senza un ordine meccanico,

 

in cui ogni punto ha connessione

con il successivo, solo danzando9

con movimenti che fanno Orlando10

tornar per ogni stanza, per perdere

la debole certezza e risolvere

il disordine.

Althea Colombo 4B

 

  1. Italo Calvino, ne “Le città del silenzio”. Calvino riprende molto bene l’idea di precarietà che la mente umana assume quando si trova in un labirinto, come in una sorta di limbo, in cui ogni parte è uguale a se stessa, ma solo all’apparenza. Infatti, ciò che resta invariato è il luogo materiale, chi cambia sono le percezioni e le sensazioni umane. Come dice Hume, l’io è un fascio di percezioni diverse, che muta continuamente. Dunque, il labirinto sembra ripetersi uguale a se stesso, chi fa la differenza siamo noi.
  2. Umberto Eco, “Il nome della rosa”. Nel labirinto di Eco tutto sembra uguale, e all’inizio semplice, facilmente aggirabile, soltanto continuando ci si accorge di girare intorno, oppure non sono le stesse stanze che si ripetono, ma solo le stesse sensazioni di chi lo vive.
  3. Jorge Luis Borges, l’Aleph, La casa di Asterione.
  4. Catullo, Carme 64: dal verso 62 al verso 67 “(…) non flavo retinens subtilem vertice mitram, non contecta levi velatum pectus amictu, non tereti strophio lactentis vincta papillas, omnia quae toto delapsa e corpore passim ipsius ante pedes fluctus salis alludebant (…) il sottile manto della follia’ crea una sorta di parallelismo tra l’Orlando Furioso nel palazzo di Atlante e Arianna che guarda Teseo allontanarsi con le navi. Il mantello di lei scivola ai suoi piedi e si mette a giocare con la spuma del mare, mentre la disperazione sfocia in follia. Arianna è riuscita ad ‘ingannare’ un labirinto in pietra, ma non il più importante di tutti: quello degli intrecci umani. E da questo labirinto, come Catullo ci vuole far capire, lei non ci ha mai aiutati ad uscire, forse perché la via di uscita non esiste.
  5. Eco, “Il nome della rosa”
  6. Ariosto, canto XII, Ottava 12. Ariosto riprende l’impossibilità dell’uomo di agire difronte a qualcosa di ‘più grande’ di lui, qualcosa che lo obbliga a fermarsi, a stare immobile per tanto tempo necessario a ritrovare quel filo logico che lega le parti del tutto. Ci si sente in gabbia, la stessa che è stata costruita con le nostre stesse illusioni, come il Palazzo di Atlante, in cui si potrebbe, per inerzia, vivere per sempre.
  7. Definizione di labirinto:Una prima interpretazione etimologica sembra ricondurre la parola labirinto dal greco λαβύρινθος, usato nella mitologia per indicare il labirinto di Cnosso. La parola di origine pre-greca, trae la sua derivazione dal lidio labrys = bipenne, l’ascia a due lame, simbolo del potere reale a Creta. L’immagine che si trae di questa prima definizione è quella di un’arma a doppio taglio, capace di ferire chi la brandisce se non la maneggia correttamente, come Orlando ed Arianna, ma nello stesso tempo rappresenta l’opportunità per uscire da quella concezione in cui tutto deve essere sotto controllo e lasciare che la lama apra la strada al disordine.
  8. Eco, “Il nome della rosa”. Il labirinto può essere capito solo dall’esterno nel suo complesso totale.
  9. Per Eco la logica delle parti non è visibile dall’interno, ma solo se viene osservata da un punto di vista differente la soluzione risulta chiara. Spesso, quindi, è il diverso punto d’osservazione con cui noi guardiamo i problemi che può fare la differenza, ma purtroppo, nella vita, questa astrazione ed osservazione dall’esterno risultano difficili e pressoché improbabili, dato che l’uomo sarà sempre coinvolto emotivamente alle diverse parti del labirinto che lo compongono.
  10. Plutarco tramanda che Teseo, una volta ritornato da Creta, si fermò a Delo, dove con i ragazzi che aveva salvato eseguì una serie di danze e torsioni che riproducevano i giri e i passaggi del labirinto. Così, soltanto muovendosi e continuando a ‘danzare’ tra i vari passaggi, si riuscirà a riprodurre i meandri del labirinto.
  11. Ariosto, canto XII, Orlando che si perde nel palazzo di Atlante (6).
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