POST-COVID. Cap. 4: Nebbia.

Che strano. Dalle informazioni in mio possesso, il perimetro delle mura della Zona di Quarantena di Milano è segnato dalla circonvallazione passante per Viale Abruzzi… Significa che più del 60% della città è stato abbandonato. Sarebbe stato impossibile riuscire a circondare tutte le zone sub-urbane. Mi viene per un attimo da pensare alla gente che viveva lì: cosa ne sarà stato di loro? Ma il pensiero si esaurisce nel giro di qualche secondo: ho cose più importanti a cui badare.

L’ordine di carico mi assegna come entrata il cancello ovest e non il cancello nord, nel quale la strada confluisce naturalmente.

Un secondo: il cancello ovest è proprio quello indicatomi da Ernesto. Che sia una coincidenza? Il CDC è di fronte al gigantesco cancello metallico e sembra che la città ne abbia addirittura uno per ogni entrata.

Deposito quel maledetto carico il più velocemente possibile, firmo il visto per fare ritorno a Busto senza neanche leggerlo e decido di recarmi al bar dove, secondo Ernesto, avrei potuto prendere contatto coi Brigatisti.

Ora che però non ho più il carico in testa, mi guardo intorno e c’è mi accorgo che Milano è… desolata, quasi spettrale: le strade sono deserte anche ora, alle sei di sera, e non vedo nemmeno una bancarella, mentre a Varese era pieno. Perfino l’aria è strana, pesante, malsana, e una cortina di una qualche polvere o gas rende il cielo di un grigio plumbeo e il sole di un pallido bianchiccio. Riesco quasi ad osservarlo ad occhio nudo.

Gli edifici poi… sono sovrastati e fusi con dei giganteschi macchinari e strane strutture in acciaio scure e appuntite. Sono come dei tralicci assemblati con dei pezzi di metallo di scarto, irregolari, slanciati verso l’alto, che si conficcano nella struttura dei palazzoni come degli artigli che scavano nel cemento e nei mattoni. Da queste assurde protesi di costruzioni mutilate, sembrano fuoriuscire come dei tubi di scarico contorti.

Ricordo poco di Milano prima della pandemia: le sue strade, gli edifici ottocenteschi e vagamente le chiese e i monumenti. Ora quegli stessi edifici liberty sono come violentati da queste guglie meccaniche… come se un pezzo di futuro si fosse schiantato violentemente addosso al passato, creando un ibrido stridente e disarmonico, che sa di fumo e ruggine.

Forse questi strani macchinari sono i famosi Affumicatori. Un progetto del successore del presidente Marchesi: delle ciminiere che diffondessero disinfettante e pesticidi nebulizzati nell’aria durante il coprifuoco notturno. Al tempo Milano non se la passava bene con i contagi e fu scelta come sito per collaudare questa tecnologia. Dopo appena tre settimane,il gas emanato dagli Affumicatori era così denso e scuro che copriva la luce del sole, anche dopo ore dall’emissione, e allora l’idea fu accantonata: nessun governatore voleva questi macchinari nella propria città. Tranne uno…

Tutti in Lombardia sanno la storia del Dittatore Sanitario: successe quattro anni fa, quando le informazioni, anche se poche e molto lentamente, ancora viaggiavano per la penisola. Napoli era sull’orlo del collasso: gli ospedali erano pieni, i medici piano piano cadevano uno dopo l’altro per la fatica o per il virus e il 70% della città era contagiata. Il governo si decise, dunque, a dare carta bianca all’allora governatore della Campania, il cui nome, ahimè, s’è perso negli annali, su come gestire la situazione. Con poche durissime misure, riportò la crescita dei contagi sotto una soglia accettabile, ma anche dopo questo successo, non si fermò. Il coprifuoco di 16 ore al giorno non accennava a diminuire, gli Smaltitori andavano nei quartieri più colpiti a incenerire gli edifici ancora contaminati, con i lanciafiamme, che divennero il simbolo di quello che ora è conosciuto come il Dittatore Sanitario. Quando fu introdotta la tecnologia degli Affumicatori, lui ne prenotò a decine, ma fu a questo punto che i cittadini si ribellarono, costringendo lui e la sua armata di Sanificatori a fuggire da Napoli.

Il caso volle che proprio a Milano, dove ancora non erano stati smantellati gli Affumicatori, il sindaco si ammalò e nessuno fosse disponibile per sostituirlo. L’ex governatore ne approfittò e condusse la sua armata a piedi fino in Lombardia, in un esodo che durò una settimana. A Milano il fumo degli Affumicatori, perfino dopo un mese dal loro spegnimento, ancora rendeva l’aria pesante e quasi irrespirabile all’esterno. Il Dittatore e la sua armata attraversarono le vie della città deserta, urlando con dei megafoni quelle che da quel momento in poi sarebbero state le regole nella Zona di Quarantena. Non poteva credere ai suoi occhi: un coprifuoco obbligato e continuo, impossibile da infrangere anche volendo, tutto grazie agli Affumicatori. Una volta diventato sindaco a tutti gli effetti, ordinò di tenere accesi gli Affumicatori sette giorni alla settimana per diciotto ore su ventiquattro. I cittadini erano costretti a sfidare la nebbia ogni giorno soltanto per recarsi al lavoro e la produttività delle industrie iniziò a calare, finché il Dittatore impose dei turni di non meno di quattordici ore al giorno.

Due anni dopo, il suo potere era assoluto, gli Smaltitori erano raddoppiati e i loro lanciafiamme bruciavano e bruciavano, ogni notte, e ciò che veniva carbonizzato, veniva ricostruito in cemento armato e venivano fissati altri Affumicatori. Paradossalmente, però, queste misure, massacranti per i cittadini milanesi, resero questa metropoli la città più produttiva del paese, il polo economico in tutto il nord, e la città con meno contagi in assoluto.

Due anni senza che quelle maledette macchine smettessero di lavorare un solo giorno. E ora è passato un bel po’ di tempo, più di quello che sono stati attivi. Solo immagino cosa dovesse essere camminare per queste strade allora.

Non si sa bene né come né perché, ma misteriosamente, un anno e mezzo fa, questo regno di terrore terminò: Il Dittatore Sanitario fu trovato nel suo ufficio steso a terra, immobilizzato… era stato contagiato! Dopo di lui, molti comandanti degli Smaltitori subirono la stessa sorte. Molti si ammalarono e altrettanti scapparono dalla città; sembrava come se qualcuno li stesse contagiando uno ad uno. I cittadini non persero l’occasione, conquistarono il municipio, disattivarono gli Affumicatori e cacciarono gli ultimi fedelissimi del regime rimasti. Forse è proprio da quel momento in poi che è iniziato il declino di cui parlavano i Brigatisti.

 

Di sicuro non tornerò alla Ponti come se niente fosse dopo questa consegna. Per quanto ne so, il tempo che ho impiegato per portare qui quelle antenne potrebbe essere più che sufficiente per rimanere contaminati dal Covid. Non posso credere che due Capiscalo siano coinvolti in questo affare. Anzi, altro che due, un carico come quello non compare dal nulla! È facile che una bella fetta della Ponti sia direttamente coinvolta. Forse tutta la divisione Nord-Occidentale!

E adesso che faccio? Fino a ieri mattina ero un semplice corriere alla sua prima spedizione, e ora mi ritrovo nel bel mezzo di una cospirazione con armi di distruzione di massa. E nemmeno voglio immaginare per che cosa intendano usarle quelle antenne! Per quanto ne so, già solo avendole trasportate sono stato esposto a una dose critica di Raggi, per non parlare di quando ho aperto le scatole! Dio, e se le casse si fossero aperte in un centro abitato? E se avessi fatto un incidente a Varese, rilasciando tutti i Raggi 5G in un mercato come quello? E se una cosa simile succedesse a Busto?

Non posso semplicemente stare a guardare. Non voglio. E forse so dove posso trovare qualcuno disposto ad agire…

Questa parte della città è sciatta, trascurata, ci sono scheletri di edifici bruciati e altri abbattuti dal tempo. Ha pure iniziato a nevicare, adesso, una neve giallognola e malsana che quasi pizzica sulla pelle.

Inizio a vedere qualche falce e martello qua e là sui muri: forse stanno cercando in maniera discreta di tracciare la direzione per una sorta di ritrovo segreto per gli agenti comunisti in incognito. Giro un angolo e vedo un ritratto di Lenin e uno di Marx grandi tutta una parete di un palazzo di due piani. Forse non sono poi così preoccupati che qualcuno li possa intercettare.

 

Seguendo questi criptici segnali di una possibile presenza comunista in zona, arrivo infine in un vicolo buio, sporco e stretto. Ci avrò messo almeno un’ora ad arrivare qui. Fossi a casa, il coprifuoco sarebbe già scattato da un pezzo. Un solo lampione emana una luce fioca dall’altra parte della strada, perché la nebbia sembra essersi infittita da quando il sole è tramontato. Intravedo anche delle altre luci, però, guardando in alto, troppo in alto per dei lampioni. Devono essere gli ultimi piani dei grattacieli. Forse chi se lo può permettere è lì che vive, dove la nebbia è meno fitta. Un mural dettagliatissimo della marcia sul Palazzo d’Inverno mi ributta su una strada leggermente più larga. Leggo su un cartello “Via Tortona”. Attraverso la nebbia, distinguo a malapena delle luci, rigorosamente, inevitabilmente rosse. Mi avvicino, vedo due uomini vestiti da civili davanti all’entrata di… Un secondo… conosco questo posto: è il Museo delle culture! Ci venni una volta, tanto tempo fa.

“Alt! Chi sei? Che ci fai qui?” mi intima uno dei due uomini. Non sembrano armati, non sembrano nemmeno dei soldati.

“Non sono comunista, ma…” Rispondo come mi ha detto Ernesto.

“…Ma potrei effettivamente aver abolito la proprietà privata di qualcuno, una volta o due…” Dice uno: “E potrei non essermi preoccupato di chiedergli se fossero d’accordo.” Completa l’altro.

Per qualche motivo, ho l’impressione che questa controparola non sia semplicemente una frase in codice.

“Vedo che ti manda il Comandante… Allora dimmi, quali sarebbero state le ultime parole del Che se le avesse dette mangiando un bambino?” Non c’è che dire: una combinazione interessante. Oh cavolo, qual era la frase?

“Ehm… Lo sguardo del popolo rivoluzionario… Giungerà con il supporto della…Rivoluzione… Presto.”

I due si guardano confusi per qualche secondo, poi il secondo mi chiede:

“Di quanti cavalli stiamo parlando, esattamente?”

“Fallo passare, compagno!” Arriva da dietro la porta un uomo con una giacca della Ponti e un passamontagna, ha una voce grave, roca ma squillante, che mi sembra di avere già sentito.

I due gli fanno spazio, lui si avvicina e mi fa segno di seguirlo all’interno.

 

Dentro è piano di gente, parlano tra loro, cantano, alcuni trasportano qualcosa, ci sono persino dei bambini che si rincorrono indossando delle maschere antigas rotte per gioco. Fa un effetto strano dopo aver camminato per ore nelle strade desolate di Milano. Sembra una piccola città dentro la città.

“Benvenuto al MUDEC, o Piazza Rossa, come lo chiamiamo adesso. Un porto sicuro per i liberi pensatori e per qualunque poveraccio non possa permettersi un alloggio in quei pomposi grattacieli!” Mi fa il mio accompagnatore.

“Lascia che ti conduca dove possiamo parlare e magari bere qualcosa.” Ma dove ho già sentito questa voce?

Mi fa strada in quello che una volta doveva essere il ristorante del museo. C’è un’insegna al neon assemblata alla bell’e meglio sopra l’ingresso, “Bar 1917”. Di fianco al bar vedo bancarelle con merce di ogni tipo, dai vestiti, al cibo, alle armi. La gente però sembra non usare mascherine e amuchina per pagare, si limitano a esporre una sorta di tessera e gli viene dato ciò che gli serve.

Appena entriamo nel bar, vengo travolto dalla forza prorompente dei coloriti insulti che un gruppo di anziani si tirano tra loro, impegnati nel mega briscolone definitivo. Hanno tutti dei cappelli da bersagliere.

Il mio accompagnatore fa segno al buttafuori, che ci accompagna in uno stanzino sul retro del locale con un tavolo al centro sopra il quale è appoggiata una ricetrasmittente. È uno spazio buio, senza finestre né lampade: l’unica luce proviene da una spaccatura sulla porta. Ci sediamo al tavolo e lui chiede al buttafuori se può portare a entrambi una birra allungata con degli integratori di vitamina c.

“Dunque ragazzo, ripetimi un po’ quello che hai detto ai due là fuori.”

“Allora” e questa volta ci penso bene “Lo sguardo della rivoluzione giungerà sul popolo oppresso e riceverà presto supporto.” Dico convinto.

“E come diavolo pensa di portarcela una barca qui?” Mi risponde lui guardandomi strano. Potrei aver effettivamente sbagliato frase.

“Ahhh, ho capito! Eheh, quel vecchio bastardo, ancora si diverte a fare questi giochetti…” Esclama ridendo sotto il passamontagna.

“Beh, Corriere, è il momento che tu sappia un paio di cosette.” Si toglie il passamontagna.

“Salve, collega.” Esordisce. È il ragazzo del CDC di Varese, quello che mi ha ficcato in questo casino!

“Ma… come diavolo fai ad essere qui?” Gli chiedo stupefatto. Sembra… più vecchio, come se avesse preso vent’anni tutti di colpo. Si mette una mascherina in viso e mi dice:

“Andiamo, credevi davvero che fosse tutto un caso? Il Comandante ti dice di andare in un posto vicino al cancello ovest e casualmente arriva uno smistatore che incarica proprio te di andare a Milano e casualmente ti assegna proprio il cancello ovest?”

Lo fisso per qualche secondo, incredulo.

“Oh, a proposito…” mi porge la mano “Dammi il tuo tesserino Ponti. Non fare domande, ti sarà spiegato tutto quando servirà che ti sia spiegato tutto”

L’idea di contraddirlo non mi sembra così a pelle la più saggia del mondo e gli consegno il tesserino.

“Claudio!” Esclama, e subito il buttafuori entra nello stanzino.

“Portalo al compagno Rossi: lui saprà cosa farci” e gli consegna il tesserino.

“Quindi… tu stai con loro? Stai con i Brigatisti?” gli faccio io.

Un uomo basso con un grembiule entra e ci lascia i cocktail sul tavolo. Il mio “collega” prende il bicchiere e inizia a sorseggiarlo.

“Mpf, dici loro come se anche tu ormai non facessi parte di noi. Guarda dove ti trovi, ragazzino. Guarda con chi stai parlando. E smetti di fare quella faccia, mi sembri un vegano nella cucina di un Burger King” Mi dice lui, mettendosi un paio di occhiali scuri specchiati, nonostante siano ormai le otto inoltrate. E siamo in un locale chiuso. Senza luci.

“Ma tu chi sei?” Gli faccio io, stranito.

“Ah, bella domanda ragazzo. ho tanti di quei nomi di quelle facce… Quella che vedi ora è solo una delle tante che ho avuto e che avrò. Io sono tutti e nessuno, ragazzo mio, sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, il fottuto Signor Nessuno che tutti conoscono ma nessuno ha mai visto, sono Nemo e Ulisse contemporaneamente…” continua ad epitetarsi per altri due minuti e mezzo: “…ma tu, come fanno molti, puoi chiamarmi semplicemente… Franco.”

“Franco?”

Franco.”

“il Comandante mi ha avvisato del tuo arrivo a Varese e mi ha ordinato di spedirti qui con tutto quel prezioso carico. Ho dovuto improvvisare, ho mandato tutti gli altri corrieri del Centro in missione, anche per le cose più inutili, uno l’ho mandato a consegnare ad una vecchia una cassetta con le repliche di Uomini e donne.” Parla incredibilmente veloce e con un tono monotono ma aggressivo.

“Ma come hai… Cioè… Da quanto tempo eri infiltrato nella Ponti?” Non capisco come sia riuscito a dirigere tutto in maniera così pulita.

“Circa dal ’26… me lo ricordo perché mi sono fatto questa faccia per l’occasione!”

“In che senso ti sei fatto questa faccia?”

“Ragazzo, io sono un professionista con 243 infiltrazioni riuscite con successo, sai cosa non ci vuole per riuscire a farne 243 infiltrazioni riuscite con successo?”

“La… stessa faccia…?Ehi, un momento, Mi stai dicendo che ti fai una plastica facciale ogni volta che ti infiltri da qualche parte?”

“Te lo concedo ragazzino, sei più sveglio di quanto sembri. Sì, esatto. Ho avuto più facce io che disastri aerei Tom Hanks, non la cambio proprio tutte le volte che entro in azione ma diciamo una media di una faccia ogni dodici infiltrazioni.” Non capisco perché mi dica tutto questo con tanta leggerezza, come se non pensasse nemmeno lontanamente che possa tradire l’organizzazione. Ma effettivamente, quanto può essere efficace fornire un identikit di un uomo con mille facce?

“Signor Franco” gli domando “io non capisco: se eri infiltrato a Varese da così tanto tempo, e immagino che dopo questo giochetto tu non possa più tornarci, perché sacrificare la copertura per far consegnare quel pacco a me?”

“Molto semplice ragazzo: Perché tu…” si sente improvvisamente una voce dalla ricetrasmittente sul tavolo:

“Piazza Rossa, qui Pirellone, mi ricevete? Passo.” Franco prende subito la radio e risponde.

“Pirellone ti ricevo, qual è la situazione? Passo.”

“Ah, sei tu Franco. C’è del movimento alla Stazione Centrale, forse lo stanno caricando adesso. Passo.”

“Di già? Arriviamo il più in fretta possibile. Passo.”

“Potrebbero esserci troppe guardie: non so cosa riuscirete a combinare. Chiudo.”

“Oh, andiamo, mi consci. Chiudo.” Franco si alza, mette la radio alla cinghia e mi dice:

“Ok Corriere, andiamo a fare un giretto in centrale, forse stanno già spedendo il tuo carico da qualche parte.”

Esce dallo stanzino sbattendo la porta e dicendo alla radio:

“Claudio, spero che quel tesserino sia pronto! Prepara subito due macchine e prendi almeno sette uomini. L’uccellino sta prendendo il volo, ripeto: l’uccellino sta prendendo il volo. Ci troviamo nel garage. Chiudo.”

Usciti dal bar, Franco procede con un passo speditissimo, tanto che devo quasi correre per stargli dietro, e più volte rischio di perderlo tra il via vai in strada. Arriviamo ad un garage dove un fiammante pandarmato color nero notte ci aspetta. Gli altri uomini sono già a bordo di un pick-up. Sono tutti armati.

“Il tesserino, capo!” dice il buttafuori a Franco dandogli il mio documento.

Senza perdersi in chiacchere, monta alla guida, io al sedile del passeggero e partiamo. Il pandarmato sbuffa e scalpita come uno stallone e una coltre di fumo nerissimo si solleva alle nostre spalle. Questa macchina non va a diesel, brucia direttamente il carbone grezzo dell’Appalachia unito a corpi di ambientalisti morti e orsi polari.

“Visto come hai reagito, immagino tu abbia scoperto cosa c’era nel tuo carico.” Mi dice Franco mentre si fa strada attraverso la nebbia.

“Antenne 5G… Cosa diavolo vuole farci la Ponti?” Rispondo.

“Beh, è proprio questo il punto: non lo sappiamo, o meglio, abbiamo una mezza idea ma dobbiamo confermarla, ed è qui che entri in gioco tu.” Il motore del nostro bolide fa un tale baccano che Franco sta praticamente urlando.

“Io ormai, dopo il mezzo magheggio a Varese per farti arrivare qui, sono il ricercato numero uno per la Ponti, ah, avresti dovuto sentire come strillavano i Capiscalo mentre sgattaiolavo fuori dal CDC!”

Rimango zitto per qualche secondo mentre ci facciamo strada tra le carcasse dei palazzi.

“Perché adesso mi state portando con voi?”

“Tu hai ancora un ID Ponti non compromesso, io no. I tuoi dati biometrici funzionano ancora, e un’altra cosa per cui la Ponti non mi prenderà molto in simpatia quando lo scopriranno è aver modificato il tuo profilo ad uno di Classe A e aver ricalibrato il tuo tesserino. ”Mi riconsegna il foglietto plastificato, ora diventato di colore diverso e conclude:

“Ora potrai accedere praticamente ad ogni cosa. Così imparano ad avere l’unico network ancora funzionante! Ovviamente non faranno entrare chiunque nella stazione, ma, se riusciamo a infiltrarci di nascosto e arrivare al convoglio prima che parta, sono sicuro che…”

“Aspetta, aspetta, aspetta, che cosa?! Dovremmo infiltrarci in una stazione piena di guardie Ponti?! Ma non sono nemmeno un soldato! Nemmeno un Corriere in realtà, sono solo uno Spedizioniere Semplice!”

“Opzione uno: entriamo, segui quello che faccio io, fai esattamente ciò che ti dico io e andrà tutto bene. Oppure, opzione due: prendo un cucchiaino, ti cavo entrambi gli occhi e li porto con me per gli scanner retinici del treno. Scegli tu.”

Ci resterò secco: ecco. Ma mi esce soltanto:

“Oh, ma che cazzo! E comunque, anche se fai sembrare il mio ID come quello di un Sovrintendente, come sei sicuro che non abbiano messo un sistema di sicurezza per impedire a un ufficiale Ponti qualsiasi di entrare nel treno?”

“Oh, ma Corriere, tu non sei un ufficiale qualsiasi, tu sei quello che ha consegnato quel pacco, il tuo ID è già associato. E se mi dici: ma dopo la consegna lo avranno disabilitato, Corriere, dalla tua esperienza, ti sembrano così svegli i Capiscalo Ponti?”

Francesco Grampa 4G

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