POST-COVID. Cap. 5: Stazione Centrale.

“Pirellone, ci stiamo avvicinando, passo.” Franco non sembra per niente turbato nonostante quello che stiamo per fare.

“Franco, non so se sia una buona idea. La nebbia mi impedisce di avere una buona visuale ma basandomi sui rapporti degli uomini a terra, dovrebbero esserci veramente tante guardie fuori e dentro la stazione. Passo.” risponde l’uomo alla radio.

“Pirellone, non avremo altre possibilità, dobbiamo farlo qui e subito. Chiudo.”

L’auto si ferma dopo un tragitto di più di mezz’ora in una certa via Sammartini, vicino alla stazione.

“La sai usare, Corriere?” mi chiede Franco porgendomi una pistola vera, a piombo, non come i taser della Ponti, con attaccato un silenziatore.

“Diciamo di sì…?” rispondo io.

“È molto semplice: sicura, grilletto, cane, caricatore, anzi tienine uno di scorta, augurati di non doverlo usare, comunque, così cambi caricatore, così togli la sicura, così spari, chiaro?” Ha detto tutto così velocemente che non so se ho capito, ma faccio di sì con la testa.

“Bene. Ecco il piano: questo edificio è proprio di fianco alla tettoia della Centrale, sul lato lungo. È da un bel po’ che tenevamo d’occhio la stazione e qua sopra hanno montato un comodissimo Affumicatore di sette metri. Gli uomini al Pirellone dovrebbero averci già montato una teleferica che ci porterà dritti sul tetto della stazione.”

Scende dall’auto e prende un grosso borsone nero dal bagagliaio. L’edificio è totalmente abbandonato, a soqquadro, sembra che lo abbiano saccheggiato ben più di una volta. Io, Franco e gli altri otto uomini raggiungiamo il tetto, dove troviamo un cavo d’acciaio agganciato ad un finestrone della stazione. Le luci dei grattacieli sembrano spiarci dalle loro altezze insondabili, mentre quaggiù la nebbia sembra si stia leggermente diradando, permettendomi di vedere i dintorni dei palazzi diroccati e fatiscenti.

È come se Milano, questo decadente, mastodontico ammasso di palazzi, grattacieli e guglie metalliche cuciti insieme dalla nauseante trama della nebbia, ardesse costantemente di un fuoco gelido e pesante. Com’è caduta in basso questa città.

“Signori, sincronizzate l’orologio esattamente sulle 20:00” ci dice Franco posando il borsone.

“Claudio e altri due di voi resteranno qui a guardia del cavo in caso diventi la nostra unica via di fuga.”

Si gira verso la stazione dandoci le spalle, tenendo le mani incrociate dietro la schiena: “L’infiltrazione sarà strutturata così: quelli del Pirellone creeranno un diversivo dall’altra parte della stazione rispetto a quella su cui arriveremo. Noi sette che ci infiltreremo, ci divideremo in tre gruppi: tre di voi andranno verso l’entrata della stazione, vi infiltrerete negli uffici e tenterete di trovare qualcosa di interessante, un documento, una mappa con una grossa x, qualunque cosa. Altri due di voi prenderanno i fucili di precisione, si posizioneranno sopra i finestroni sulla tettoia che danno direttamente sui binari e da lì ci fornirete informazioni o fuoco di copertura. Infine, io, un altro di voi e il Corriere, ci caleremo sui binari con questi cavi…” apre il borsone nero.

“Una volta a terra, cercheremo il treno giusto e ci entreremo. Ricordate, non dobbiamo starci troppo, il treno potrebbe partire da un momento all’altro, quindi entriamo, cerchiamo qualcosa che ci dica dove sia diretto e ce ne andiamo subito. Forza, montate le imbracature, muovetevi!”

Non so nemmeno dove mettere le mani per montare il cavo sull’imbracatura, ma l’altro ragazzo che verrà con me e Franco per fortuna mi aiuta. Mi dice di chiamarsi Marco.

“Prima volta in missione?” mi chiede.

“Sì, sono… Come dire… Appena arrivato.” Gli rispondo timidamente.

“Anche per me. Almeno con i comunisti.” Ha un curioso accento toscano.

“Non fai parte dei brigatisti?”

“No, sono di un gruppo più a sud, a Firenze. Aspetta, quel gancio non reggerà se lo metti così…” mi aiuta a fissare un moschettone sulla cinghia.

“Se non sei coi brigatisti perché ti hanno preso in questa missione?” gli chiedo.

“Il capo del mio gruppo mi ha inviato alla Piazza Rossa per vedere come se la cavano i comunisti. Vuole capire se valga la pena allearsi. Quel tizio che ci ha spiegato il piano mi aveva detto che mi avrebbe portato in missione il prima possibile, quindi eccomi qua.”

“Ma… Non hanno paura a far partecipare qualcuno di esterno a una missione come questa?”

“E perché mai? Noi e i comunisti abbiamo lo stesso nemico.”

Si sentono degli spari in lontananza.

“Signori: il diversivo è iniziato, forza, forza, forza! Vi voglio su quel cavo subito, due, massimo tre alla volta, prima quelli della tettoia, poi noi del treno e infine quelli degli uffici, muoversi!” Franco da un walkie-talkie ad un soldato per gruppo.

Non senza difficoltà riesco a montare il gancio sul cavo e io, Marco e Franco arriviamo sulla tettoia della stazione, mentre dall’altra parte sembra stia infuriando una battaglia.

“Quei ragazzi sanno davvero fare casino quando ci si mettono. Ok, voi due, seguitemi, dobbiamo agire in fretta.” Ora noto che Franco sta parlando molto veloce, estremamente veloce, anche più del solito. Sembra quasi non distanziare una parola dall’altra e non mettere mai un punto ad una frase. Forse in fondo anche lui è teso.

Assicuriamo i cavi alla tettoia e ci caliamo sui binari.

Tettoia, è tutto libero, passo?”

“Affermativo Treno, potete calarvi senza problemi, chiudo.” Franco cambia canale sul walkie-talkie.

Uffici, come va da voi?”

“Ci stiamo muovendo furtivamente, non ci sono troppe guardie, chiudo.”

Atterriamo sui binari, poco prima della fine delle banchine.

È pieno di vagoni e locomotive arrugginite, saranno qui da anni, trovare il treno potrebbe non essere così facile.

Franco fa cenno di seguirlo, con Marco subito dietro di lui.

Arrivati ad un vagone merci, ci fa segno di tenere gli occhi aperti mentre si abbassa e prova a vedere da sotto il treno se riesce a individuare il nostro convoglio. Rialzandosi, ci dice di fare la guardia agli angoli del vagone mentre cerca di aprirne silenziosamente il portellone, che scricchiola e stride mentre sposta la pesante lastra di acciaio rugginoso, non più di cinquanta centimetri, quanto basta per passare. All’interno è pieno di buchi nelle pareti metalliche, dai quali si vedono facilmente i dintorni.

 

“Lo vedi quello, Corriere?” dice indicandomi attraverso uno dei buchi la carrozza cargo di un treno con sopra la scritta Poste italiane, appena due binari più in là. Vedo che di fianco al portellone della carrozza c’è come una piccola scatoletta luminosa: deve essere lo scanner retinico.

“Quello è il nostro treno, ma non è incustodito.” Si avvicinano al portellone due guardie Ponti armate di taser, e vedo con piacere che nemmeno per le operazioni importanti quei morti di fame della Ponti sono disposti a spendere qualche mascherina in più per delle armi reali. Non ci sono altri treni tra noi e quella carrozza, solo qualche vagone deragliato alla nostra sinistra, lungo i binari. Bene: vuol dire che non arriveranno altre guardie da quel lato.

“Il Comandante mi ha detto che ti ha visto abbattere dei Businessmen tutto da solo usando solo un taser, uno spray urticante e addirittura uno l’hai stordito con un pungo…”, dice Franco rinverdendo la mia formidabile performance del giorno prima.

“L’addestramento Ponti deriva direttamente da quello dell’esercito” gli rispondo.

“Ho sentito che i Postini veterani possono stendere a mani nude cinque persone armate” aggiunge Marco, e continua “E attraversare un accampamento di Businessmen come…”

“SSSHHHH! Silenzio!” lo zittisce Franco, vedendo che una guardia si è girata e sta venendo verso il nostro vagone. Ci indica di stare fermi e in silenzio ed esce dal portellone.

Pochi secondi dopo, sento un rumore provenire dall’esterno, come di un sasso lanciato su una lastra metallica. La guardia si gira insospettita e va a controllare. Una volta lontana dal vagone, Franco ci chiama a voce bassa dal portellone e dice a me di uscire e a Marco di restare di guardia, ordinandomi di stare basso e di osservare attentamente ciò che fa: “Non so se alla Ponti vi insegnano queste cose”, aggiunge e si dirige verso la guardia che sta ancora perlustrando l’area dove ha sentito il rumore. In una frazione di secondo, le salta al collo, le immobilizza le braccia, le copre la bocca con la mano e la trascina verso di me, che nel frattempo assisto incredulo alla scena. Punto istintivamente la pistola contro la guardia, ma Franco mi fa cenno di abbassarla tenendo l’uomo stretto nella sua morsa e, con la parlata più veloce e allo stesso tempo più calma del mondo, mi spiega:

“Ora presta attenzione, credo che potrò spiegartelo una volta soltanto.” L’uomo si dimena cercando di liberarsi ma senza successo: “Gli fai passare il braccio destro attorno al collo: così…” e stringe la gola del malcapitato nell’incavo del gomito “poi gli infili il braccio sinistro sotto l’ascella e devi essere veloce, come se stessi farcendo un tacchino, ecco, sì, così…” il soldato mugugna di dolore “E stai zitto tu!” gli ordina sottovoce.

“A questo punto fai salire la mano e blocchi il pugno destro con il sinistro, stringendogli il collo in maniera decisa ma gentile…” la povera guardia Ponti prova disperatamente a sciogliere la presa agitandosi sempre più forte “…mantieni per circa venti-ventitré secondi…” ad un certo punto smette di agitarsi, Franco lascia la presa e il poveraccio cade a terra esanime come un sacco di patate.

“Et Voilà! Bello che addormentato! Ora prova tu, c’è ancora un’altra guardia.”

“EEHH!?!!?”

“SSSHHH silenzio Corriere!” mi mette una mano sulla bocca facendomi finire la mascherina sulla lingua: “Non ti preoccupare, se non ci riesci tu ci pensiamo io il toscano, chiaro? Una volta che hai fatto, trascina il corpo qua dietro. Non amo fare questi test sul campo, ma capirai che non sia così facile trovare qualcuno disposto a farsi soffocare per il bene della scienza”.

Mi posiziono dietro un pezzo di lamiera di fianco ai binari da dove posso osservare la seconda guardia passare davanti alla porta del treno, sembra che stia cercando il suo collega. È una ragazza, non molto più grande di me, bionda. Aspetto finché non finisce di perlustrare vicino a me e lancio una pietra sui binari, mi basterà avanzare di qualche metro stando dietro alla lamiera e le arriverò alle spalle. Ok, ora concentrati: deciso, veloce e pulito, non puoi permetterti esitazioni, quindi una volta che stringi…

“ALLARME! INTRUSI NELLA STAZIONE! ALLERTA GENERALE! A TUTTE LE TRUPPE NEI PARAGGI, RAGGRUPPARSI PRESSO IL CONVOGLIO!” Dagli altoparlanti della stazione una voce inizia a ripetere questo messaggio, ad un volume assordante. La ragazza impugna il taser e inizia a guardarsi intorno preoccupata, si gira per dirigersi verso il portellone. Esco allo scoperto per inseguirla, sto per saltarle addosso, quando sento un colpo di pistola silenziato alla mia sinistra. Vedo Franco puntare la pistola ancora fumante, mi giro e… la ragazza è stesa a terra, in una pozza di sangue. Rimango attonito a fissarla per qualche secondo, non riesco a muovermi. Franco mi si avventa addosso e inizia a scuotermi urlando: “Svegliati ragazzo! Siamo in un fottuto casino!” Mi riprendo, sfodero la pistola e sento il panico assalirmi.

“Tu vai allo scanner, muoviti, dobbiamo salire sul treno, adesso!”

Tremando, mi dirigo verso lo scanner retinico mentre Franco prende la radio:

Uffici, qual è la vostra situazione? Presto saremo nella merda fino al collo, se siete in grado mollate tutto e venite a darci copertura, passo”

“Ricevuto, Treno, arriviamo subito, non ci hanno ancora scoperto, passo”

“Come non vi hanno ancora scoperto?!”

Appoggio la testa sullo scanner, tremando con una foglia. Dopo qualche secondo, sento una voce robotica: ID non riconosciuto. Oh, no.

“Franco, lo scanner non mi riconosc…” Una granata a flash esplode a pochi metri da me. Cado a terra stordito e striscio lentamente sotto il treno. Mi fischiano terribilmente le orecchie e ho la vista annebbiata ma riesco a scorgere Franco buttarsi dietro le lamiere.

Arrivano dalla banchina dei soldati, armati con dei fucili veri questa volta, che iniziano a fare fuoco su di lui. Cerco di scuotermi e di strisciare fino a dietro la copertura dove l’agente sta sparando in direzione della banchina mente urla alla radio:

Tettoia, copertura immediata, passo!”

Arrivo di fianco a lui e quasi mi punta la pistola addosso vedendomi all’improvviso

“Diavolo ragazzo, sei ancora vivo!”

“Che cosa facciamo? Dov’è Marco?”

“Se vuoi scusarmi un attimo…” si sporge dalla copertura e spara qualche colpo alla cieca urlando come un animale “… Che cosa facciamo?! Beh, ragazzo, non so te ma io pensavo a una bella partita a scopa, TETTOIA DOVE CAZZO SIETE?” Per altri trenta interminabili secondi lo vedo alternare meccanicamente spari, imprecazioni e strilli vari alla radio in modo magistrale, fin quando non si sentono delle esplosioni sulla banchina.

“Questa deve essere la squadra uffici. Presto, dobbiamo aprire quel portellone!”

Esce dalla copertura tenendo un pezzo di lamiera come scudo e sparando all’impazzata, ma viene colpito a una gamba e si accascia al suolo, riparandosi a stento.

Stanno avanzando sempre di più verso di noi, sembra che il diversivo stia terminando e la squadra uffici si stia ritirando… o peggio.

Franco non riesce a trattenerli più di tanto, si sdraia e rotola di lato sotto il treno, mentre un soldato si avvicina inesorabilmente.

Senza nemmeno rendermi conto di cosa io stia facendo, svito il silenziatore dalla pistola, metto di poco la testa fuori dalla barricata, predo la mira e sparo. Il soldato si accascia a terra, tenendosi il ventre con le mani.

Franco ne approfitta, si rimette in piedi, afferra lo scudo e zoppicando torna dietro la barricata.

“Tutto bene ragazzo?” Non so nemmeno cosa rispondere.

Sento degli spari provenire da sopra le nostre teste e vedo i sodati Ponti indietreggiare.

Dalla radio appesa al fianco di Franco esce una voce:

Treno qui Tettoia, siamo stati attaccati dal palazzo della teleferica ma stiamo bene, passo”

“Dal palazzo? Merda… nessuna notizia di Claudio e della sua squadra? Passo”

“Negativo, nessuna notizia, passo” Franco tace per un secondo, fissa il vuoto, il suo sguardo si incupisce. Sembra preso da un profondo sconforto.

Riprende fiato:

“Ci serve tutta la copertura possibile, dobbiamo entrare nel vagone prima che…” La locomotiva del treno fischia all’improvviso, sta per partire!

“Cazzo! Corriere muoviti, devi aprire quel portellone, subito! Io ho la gamba messa male ma posso coprirti!” Franco mi passa il pezzo di lamiera e lancia un fumogeno.

“VAI!”

Mi metto a correre verso lo scanner, disperatamente, reggendo la sottile lastra di metallo davanti alla faccia mentre i proiettili mi fischiano accanto. Provo a rimettere gli occhi nel macchinario ma sento ancora una volta ID non riconosciuto. Mi inginocchio riparandomi e sparando a casaccio, non so cosa fare. Ad un certo punto, l’occhio mi cade sul corpo della ragazza a cui Franco ha sparato. Un’idea mi attraversa il cervello e fulmineamente mi lancio verso di lei, raccolgo il corpo facendomi scudo con esso fino al vagone, appoggio la testa della guardia sullo scanner e il portellone si apre. Mi butto dentro il vagone, sparando qualche colpo in direzione della banchina, finché il portellone non si richiude automaticamente.

Sento uno scossone, poi un altro e un altro ancora, la locomotiva fischia e il treno si muove.

Oh, no!

Francesco Grampa 4G

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