Non è stata fortuna: è stata volontà.

Anno 2036, Italia.

I ribelli continuano a combattere, ma sono sempre meno convinti di farcela perché la dittatura è troppo potente anche per chi è forte nell’animo e nella speranza.

Non c’è più libertà e, probabilmente, molti di noi ne hanno dimenticato anche il significato.

Una libertà incatenata, prigioniera, che aspetta pazientemente un aiuto da degli stupidi ragazzini che agiscono e non pensano, che bramano ma non aspettano il momento giusto, senza il “carpe diem”.

E ciò sarà la loro condanna.

Ragazzini proprio come me, che ora ho 17 anni e che, per fortuna, sono riuscito a farmi degli amici, persone che comprendono il tuo ego e lo condividono.

Marco arriva e mi distrae dai miei pensieri: ”Buonasera Tank, come ti senti? Tutto pronto per stanotte?”.

Questa notte sì: questa notte il mio battaglione sarebbe entrato in azione. Dovevamo attaccare un convoglio del regime pieno di valori.

Dissi subito d’istinto: ”Mi sono rotto di questa storia. Te l’ho già detto che, appena finirà tutto questo, non toccherò una sola arma.

Odio tutto questo: sì, odio il regime, ma i miei genitori non volevano, ne sono sicuro, che uccidessi gente con le mie mani.”

“Stanotte ci sarò, ma sappi che questo battaglione è destinato a perdere perché siamo troppo deboli e inesperti.”

Marco uscì con il volto privo di emozioni: probabilmente presagiva anche lui il suo destino.

Appena scoccò la mezzanotte, nel bunker il comandante del battaglione ripeteva i comandi e ci preparava psicologicamente a cosa ci aspettava.

Tutti noi avevamo un nome in codice per non far sapere ai potenti chi fossero le persone che agivano come giustizieri e vendicatori notturni.

Il nostro comandante era “Rosso” per via dei suoi capelli scuri, Marco era “Destro” perché mi aveva spiegato che, essendo mancino, voleva imparare ad usare la mano destra; quindi il suo nome voleva far vedere che non si sarebbe arreso di fronte ai suoi limiti.

Il mio non lo dissi mai a nessuno, non per vergogna, ma perché non ritenevo fosse così importante quanto riportare la libertà e la speranza nelle persone che mi circondavano.

“Signori miei” tuonava il Rosso “questa notte proveremo l’impossibile, agiremo per la libertà e forse sarà la nostra ultima impresa, ma credetemi: se moriremo, lo faremo per un sogno, ed è ciò che ci deve dare la forza di lottare”.

Dissi subito a Marco: “Senti, qua non abbiamo bisogno di sogni: l’unica cosa che ci salverà sarà la nostra tenacia e intraprendenza. Sono stufo di sermoni del genere”.

Salito su un tavolo, dissi a pieni polmoni: ”Ascoltatemi! Forse le mie parole non avranno significato: sono quelle di un ragazzo che per colpa del regime ha perso i genitori. Per la maggior parte siamo ragazzini, perciò chiedo a tutti: chi non se la sente lasci perdere. Non verrete puniti perché si tratta della vostra vita”.

Si levò un grido, non di gioia, ma di forza e sacrificio. Lo stesso comandante ora mi acclamava.

Marco si girò e disse: ”Hai visto? Sei uno stupido: li stai mandando incontro alla loro morte. Ti seguirò, ma poi scordati di me”. Se ne andò.

Rimasi lì, da solo, nel bel mezzo di una folla inferocita e motivata. Tutto ad un tratto, avevo perso qualcosa, perché la mia forza e il mio ardore erano spariti, come un palloncino bucato che, man mano, si sgonfia.

Avevo ancora un alleato, ma avevo perso un amico, un fratello a cui ero legato. Ora ero accecato da una rabbia mista a rimorso che mi rodeva da dentro, ma ingoiai il sentimento e decisi di prepararmi l’attrezzatura e di caricare le armi.

Ormai era l’ora di agire: uscimmo e, in meno di dieci minuti, eravamo sparsi sui tetti e puntavamo con i cecchini il portavalori blindato che diventava sempre più grande mentre si avvicinava.

Fu una questione di attimi, secondi: per un momento non capii più nulla, ma vidi persone che cadevano esanime, poi mi resi conto che erano nostri compagni.

Gli uomini del regime, scesi da centinaia di elicotteri, erano guidati dal loro leader e oratore: il “Boia” si faceva chiamare. Si aspettava una nostra mossa e ci aveva teso una trappola.

Ad un certo punto si ricordò chi ero e mi puntò lui stesso il fucile contro: ”So chi sei. Ti ho visto agire molte volte. Hai fegato, ragazzo, ma ora è tempo di smetterla di giocare al supereroe.”

Urlai pieno di collera: ”Tu! Proprio tu ora mi vuoi uccidere, tu che hai ucciso i miei genitori! Cane! Se pensi che basti uccidermi per distruggere la speranza di essere liberi, ti sbagli di grosso!”

Ero bloccato a terra. Da solo.

Io e lui.

Chiusi gli occhi.

Sentii uno sparo.

Ero ancora vivo.

Marco era davanti a me ed era riuscito a disarmarlo.

“Marco, sei venuto a salvarmi: razza di deficiente! Sei il solito”. Erano parole che però non volevano offendere e lui lo capì.

Avevo una gamba rotta essendo caduto male dopo le raffiche di esplosioni derivanti dagli elicotteri del regime; perciò non potevo fare nulla.

Ora era uno scontro equo: il “Boia” contro il “Destro”.

Poi, per la fatica, svenni.

“Devo trovare il modo di ucciderlo” pensava Marco. Poi vide che ai piedi del dittatore c’era una corda aggrovigliata alle gambe di quest’ultimo attaccato ad un carro in bilico.

Marco capì subito. “Lei, e tutto il suo regime, è destinato a perdere. La libertà che hai tolto tornerà.

Sei uno stolto se pensi che riuscirai a cavartela. Fine dei giochi”.

Sparò al cavalletto del carro, che iniziò a correre giù per il tetto. Le corde si tesero e il “Boia” fu trascinato in una corsa mortale a più di venti metri d’altezza.

Morì sul colpo.

Ora Marco si sentiva bene, fiero, orgoglioso, sì, ma avrebbe mantenuto la promessa.

Il giorno dopo mi svegliai in ospedale. Al giornale avevano dato la notizia del crollo del regime.

Avevamo vinto.

Di Marco non seppi più nulla, ma andava bene così.

Sarebbe rimasto per sempre il vero Salvatore, anche se passai io come il vittorioso e grande condottiero.

I ribelli si sciolsero e tutto, per fortuna o forse grazie anche alla resilienza, tornò alla normalità.

Decisi di accettare il mio nome da ribelle: “Tank”, derivante da Tancredi ma che significava la forza di un carro armato, che volevo avere anche dentro l’animo.

Archiviai tutto ciò e semplicemente dissi: ”Non è stata fortuna, è stata volontà”.

Davide Tancredi 1F

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