Réflexions sur ma vie personnelle à la manière de Proust.

Op. 1, Gli occhi della Notte

Quando inizia una giornata, non sai mai cosa ti toccherà fare o cosa ti potrà succedere e ti ritrovi con un caffè in mano alle 8.00 del mattino, mentre corri per non perdere il treno – che sarà puntualmente in ritardo – che ti porterà nel tuo luogo di lavoro e, sempre correndo, capisci di esserti svegliato solo in quel momento, e ti scappa un sorriso ingiustificato, ed inizia la tua giornata.

Quella sera, invece, avevo in mano il mio cellulare è stavo facendo le mie solite preghierine mentali perché tutto andasse bene. Insomma: una serata come un’altra.

Ore di coda per entrare in quel club esclusivo e altrettante ore di attesa per aspettare che ti portassero il drink: si facevano le 3.00 solo ad attendere. La musica era stranamente migliore del solito, perché normalmente in questo club è orrenda e ogni volta mi chiedo che cosa mi riporti sempre qui.

C’erano i miei amici, alcuni conosciuti da poco e altri invece da una vita. Sorseggiavo il mio Manhattan on The Rock e mi guardavo intorno come sempre, dato che ho questa mania di fissare la gente e provare a crearmi una storia su di loro, notare i piccoli dettagli, quelli più interessanti, e capire quale sia la singolarità di ogni individuo.

Fu in uno di questi momenti – mentre iniziavo a scatenarmi nel pieno dei miei pensieri e mi sporgevo fin quasi alla perdita della semplice motorietà del mio corpo, in favore di danze forsennate e mistiche pari a quelle degli antichi culti – che chinai la testa leggermente verso sinistra, ridendo insieme ai miei amici, e la vidi: chioma marrone e carnagione chiara affacciata sul balconcino del suo isolotto in un’aura di luce e splendore mai vista. Successivamente mi sarebbe piaciuto che questo momento si fosse fermato per sempre, come se tutti fossimo stati immersi in una gelatina eterna e che solo io, tra tutti, fossi stato in grado di potermi muovere o ricordare, una poetica della vita impressionante che quasi nessuna opera letteraria o artistica sia mai stata in grado di trasmettere e, poi, un intenso profumo di fragole.

Mi fissa. Mi giro un attimo per distogliere lo sguardo, la osservo di sbieco, mi fissa ancora, provo a non vederla, ma ho la necessità di guardare. Cerco altri sguardi e mi giro verso i miei amici, troppo lontani da poter raggiungere e troppo vicini da potersi rendere conto di ciò che sta accadendo. La guardo e mi fissa ancora: sono in uno stato di imbarazzo misto a una sottile soddisfazione personale.

Decido di fissarla io in maniera intensa accennando anche un sorrisino, così si accorge che ora la parte in causa di questo sguardo che sfuma dal magnetico al penetrante è lei, arrossisce e sorride abbassando le palpebre per un momento.

Non avevo mai capito che cosa si intendesse effettivamente per “specchio dell’anima” fino a quel momento. Ringrazio il cielo, o il mio nume tutelare, che questo istante di tempo sia avvenuto proprio in quel periodo della mia vita, in un periodo in cui le mie conoscenze personali e didattiche mi avrebbero permesso di poter fare questo lavoro, prendere appunti mnemonici e solo ora, dopo circa due mesi di pensieri, emozioni e sorrisi, essere in grado di riconoscere che cosa sia veramente avvenuto, come tutti i concetti filosofici e la così tanto osannata “recollection in tranquillity” abbiano finalmente trovato un’applicazione nella mia vita personale.

Gli occhi non tanto particolari in quanto a conformazione scientifica o cromatica, poiché marroni come quelli della maggior parte della popolazione, presentavano un luccichio che in realtà mi abbagliò l’anima, l’anima mia. Nessun altro sguardo, nessun complimento, nessun abbraccio o sorriso o schiaffo mi avevano colpito come il suo: mi aveva trasmesso un calore di casa, davanti al camino mentre la neve imperversa fuori e tu stai bene, tutto lì al calduccio. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, e non il libro, perché, in quanto specchio, permettono di guardare dentro di te e non dentro l’altra persona, e solo il tempo ti consente di fare le tue conclusioni, solo il tempo ti fa desiderare che quel momento avesse avuto più tempo.

Cercavo di divertirmi, ridevo e scherzavo con gli altri, ma non riuscivo a smettere di pensare a quanto accaduto: mi piacque. Mi muovevo e mi guardavo intorno, a destra e poi a sinistra e poi ancora a destra, per almeno quattro volte. Iniziavo ad andare in ansia, perché la storia che avevo scritto nella testa per tutta la sera aveva perso il suo protagonista. Mi giravo ancora e la cercavo con gli occhi, ma non riuscivo a vederla: era come se le quattro mura del club si fossero estese tanto da diventare labirintiche ed io non riuscivo né ad uscirne né a vedere oltre le siepi. Niente, nulla, buco nero.

Ero nel panico.

Chiusi gli occhi, feci un respiro e mi rassegnai alla perdita del mio personaggio: misi il punto alla storia. Aperti gli occhi, ciò che vidi non fu il labirinto, o il club, ma di nuovo il luccichio di quegli occhi penetranti che mi guardavano da vicino mentre stavo facendo il mio sonnellino riflessivo, e poi ancora quel sorrisino. Maledetti occhi! E maledetto sorriso! Il loro dolce ricordo mi tormenta ancora oggi, perché era ora di andare, ma dentro di me stavo iniziando ad inscatolare i ricordi che custodisco con gelosia. Le mani che si sfiorano dolcemente e il tocco obbligatorio ed ingiustificato delle nostre braccia, come se le anime si chiamassero e i corpi, ancora sconosciuti, non riuscissero ad intendere o mostrare adeguatamente questi sentimenti quasi metafisici. Occhi maledettissimi e luccicanti.

Andrea Trocino 5B

VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0 (from 0 votes)

Lascia il tuo commento per primo

Rispondi

L'indirizzo email non sarà pubblicato.