La Commune est Futur!

«Non trasferire da una mano all’altra la macchina militare e burocratica […] ma spezzarla, e tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare».Prendendo spunto dalla partecipazione, ormai nota, delle classi 4G e 5B della nostra scuola alla mostra del MA*GA dedicata agli impressionisti, alcuni hanno potuto rilevare che molti dei dipinti esposti, oltre a paesaggi sfuggenti o vedute di città istintive e contrastanti, mettevano in scena episodi di violenza, di repressione e di guerriglia per le strade di una Parigi martoriata dalla guerra civile. Immagini che tanto hanno impattato sulle menti e sui cuori di quegli artisti fanno parte di un avvenimento storico eccezionale nelle sue dinamiche, di cui troppo poco si sente parlare e che non è giusto riassumere in poche righe. La storia di come una città osò sfidare un governo tirannico e di come venne repressa nel sangue.

La Rivoluzione d’Ottobre in Russia è passata alla Storia come il primo Assalto al Cielo: la prima volta che il proletariato insorse contro il potere costituito per reclamare la propria libertà e per porre fine a un sistema economico a vantaggio di pochi sulle spalle di molti, la prima volta che gerarchie secolari e precetti filosofici, ritenuti ovvi e naturali, vennero apertamente combattuti per tentare di smantellarli.

Non molti, però, sanno che quanto avvenne nell’impero zarista nel 1917 fu, in realtà, la seconda volta che il popolo organizzato insorse con un preciso disegno più o meno socialista.

Urge tornare alla Parigi del 1870, nel pieno della guerra Franco-Prussiana, un conflitto che ad alcuni dirà qualcosa solo per la connessione con la nostra Breccia di Porta Pia.

L’imperatore Napoleone III, un usurpatore, precedentemente presidente della repubblica, un giorno di vent’anni prima aveva deciso di agguantare tutto il potere per sé con un colpo di stato. Era odiato da una buona maggioranza dei parigini per questo e per via del regime autoritario e poliziesco che, col tempo, aveva instaurato. Parigi era popolata da mezzo milione di operai, con i club di sinistra, l’Internazionale Socialista e i sindacati che riscontravano un amplissimo supporto tra la popolazione. Quartieri come Montmartre, Belleville e gran parte della Parigi-est erano rossi, poiché la polizia non vi passava spesso e vigeva un forte senso di comunità tra i lavoratori.

Il proletariato parigino era anche armato: la Guardia Nazionale, istituzione borghese simile ai riservisti di leva, a metà tra la polizia e l’esercito, era composta in quel periodo per la maggior parte da operai. Molti si erano ritrovati disoccupati per via della guerra e si erano arruolati per la paga di un franco al giorno, misera, ma pur sempre preferibile alla fame. Data la paura che il nemico arrivasse fino alle porte di Parigi, non si facevano troppe discriminazioni per chi volesse arruolarsi e così, nel giro di pochi mesi, dei quasi 600.000 iscritti, due terzi erano operai.

Celebre, nella retorica socialista, il concetto secondo il quale sotto il soldato si celi ancora il proletario e che sia l’addestramento nelle accademie militari o, come le definiva Marx, le “scuole dei nemici della classe operaia”, ad alienarlo nei confronti dei propri simili e a trasformarlo in un burattino asservito ai propri superiori. Nella Guardia nazionale, tutta questa sovrastruttura marziale e militaresca, affiancata all’addestramento, non c’era: si consegnava un fucile alle reclute e si insegnava ad usarlo. Decine di migliaia di uomini armati legalmente dallo Stato, che non erano soldati, ma operai con in mano un fucile e nel petto tutto quell’odio di classe, quella fame di una vita migliore e quel risentimento verso i padroni che li costringevano a lavorare per pochi soldi al giorno e che chiamavano la polizia quando scioperavano. La Guardia non era, inoltre, nemmeno gerarchica e monolitica come l’esercito, perché più legata ad un’organizzazione rionale decentralizzata basata sugli arrondissement parigini: eleggeva i propri ufficiali e si fidava di loro perché li sapeva suoi simili. Non era nemmeno troppo soggetta al finanziamento statale, dato che aveva armi e artiglieria propri, pagati dal fondo comune dei membri.

4 settembre: a Parigi viene proclamata la Seconda Repubblica Francese.

Molti francesi erano contrari al conflitto con la Prussia, ma nessuno perché si aspettasse che la Francia quella guerra l’avrebbe catastroficamente persa. Posti, però, di fronte alla disastrosa situazione dell’esercito in ginocchio e dell’imperatore catturato, i parigini non persero tempo e dichiararono la Repubblica. Ciò che molti liberali, repubblicani e rossi auspicavano dai tempi del ’52, anno del colpo di stato dell’ex imperatore, si stava finalmente realizzando. Venne nominato un governo di “Difesa Nazionale”, con a capo il generale Louis Trochu e il politico di lungo corso Adolphe Thiers, monarchici di ferro, clericali e vicini agli ambienti conservatori nostalgici degli Orlèans, lì per difendere gli interessi della classe borghese e per tenere a bada il pericolo rosso in città.

I bonapartisti uscivano dalla porta per rientrare dalla finestra.

I rossi avrebbero voluto scatenare la Rivoluzione velocemente, ora che il governo era ancora in fase di assestamento, ma l’organizzazione delle masse era ancora agli inizi e rimaneva un problema, mentre i prussiani stavano marciando verso Parigi. Formarono un Comitato Popolare di Vigilanza sul Governo, per fare in modo che questo nuovo assestamento governativo, troppo simile al precedente, non facesse solo gli interessi di imprenditori, industriali e banchieri.

A Parigi non erano solo i rossi a tessere piani nell’ombra: il nuovo governo repubblicano cercava la pace con la Prussia, nel totale segreto dell’opinione pubblica. Il ministro degli esteri Jules Favre e Thiers erano incaricati di arrivare ad un accordo con il cancelliere Otto von Bismarck. Thiers, in particolare, girò per le corti europee in cerca di un mediatore che convincesse Bismarck a non pretendere delle condizioni di pace troppo vessanti. Sapeva che una pace ad un prezzo eccessivamente alto avrebbe ottenuto soltanto di far riversare tutta Parigi davanti all’Hotel de Ville per appendere per il collo i membri del nuovo governo, perché gli operai parigini erano tremendamente nazionalisti, come se si fossero dimenticati di quel “proletari di tutto il mondo, unitevi!” alla fine del Manifesto del Partito Comunista. Il piano di molti monarchici era, anzi, proprio quello di far sobbarcare la responsabilità di una pace indesiderata a questa nuova Repubblica, illegittima dal loro punto di vista, in modo da far disamorare il popolo degli ideali democratici e favorire un ritorno della dinastia imperiale.

19 settembre: Favre si incontra con Bismarck. Le condizioni che chiede il cancelliere sono tali da indurre Favre a simulare un pianto nel tentativo di commuoverlo: la cessione delle solite Alsazia e Lorena ed un pagamento di cinque miliardi di franchi. È un disastro: o si va avanti a combattere, con Parigi che quello stesso giorno viene cinta sotto assedio e con l’esercito allo sbaraglio, o si accettano queste condizioni e scoppia la Rivoluzione.

Trochu decide di fare l’unica mossa che non lo sbilanci: stare immobile. Non rispondere all’assedio, non organizzare nessun contrattacco, per non innervosire i prussiani proprio ora che si sta cercando di trattare per la pace.

Ai rossi però questa titubanza non piace e fanno appello ad un vecchio ideale rivoluzionario, dei tempi della Grande Rivoluzione di un secolo prima; alla fine di settembre, i club si riuniscono insieme ai delegati del Comitato Popolare di Vigilanza sul Governo con la volontà di costituire la Comune di Parigi.

La Comune era una chimera per i parigini, memori di questa mitica istituzione che difese la città durante le ondate controrivoluzionarie cent’anni prima. Teoricamente, il concetto è di una città che si autogestisce tramite democrazia diretta, indipendentemente dal governo, in cui i lavoratori siano totalmente padroni del valore di ciò che producono e in cui non vi sia nessuno sopra la testa del cittadino. È però più da intendere come un ideale astratto, il simbolo stesso della Revolution, carico del desiderio di autogoverno del popolo sul popolo, del non voler più sottostare ad un manipolo di borghesi inetti e di non avere più intenzione di essere una classe subordinata, utile soltanto a produrre ricchezza per qualcun altro.

Ecco l’Assalto al Cielo, la volontà di distruggere il mondo liberal-borghese e crearne uno proletario, lo stravolgimento totale del contesto socio-economico e culturale, le idee che si riaccendono nelle menti delle masse in rivolta, quasi che venissero riconosciute da alcuni come le uniche risposte possibili alle irrazionalità del mondo: “La Commune est Futur!”, perché la Commune était le Passé, e per alcuni la Commune est le Présent.

In nome di questi ideali i club si sono riuniti ad eleggere i delegati dell’Assemblea Comunale. Per i primi tempi ci fu un tentativo di mediazione col governo, per istituire la Comune (anzi, le Comuni, dato che un progetto simile era attivo anche in altre grandi città francesi) come un organismo affiancato alle normali istituzioni per il controllo della città, ma le proposte dei leader socialisti parvero troppo radicali per un governo come quello: completa autonomia delle città e dei rappresentanti, distribuzione gratuita di beni alimentari, abolizione del pagamento degli affitti durante l’assedio, persecuzione dei disertori e dei rimasugli bonapartisti, pubblicazione dei documenti riservati del passato regime, abolizione delle forze di polizia, istruzione obbligatoria, laica e gratuita per tutti e “riforma sociale e soppressione di ogni monopolio e privilegio”.

Concetti di una potenza straordinaria, che ancora oggi farebbero tremare il mondo.

Non a caso, uno dei filosofi principali, oltre a Marx, a cui i comunardi facevano appello è Pierre-Joseph Proudhon, padre dell’anarchismo insieme a Bakunin. Proudhon è il pensatore di un sistema politico-economico chiamato mutualismo, inseribile nello spettro del socialismo libertario. L’intento del mutualismo sarebbe di creare un sistema d’equilibrio tra forze libere e indipendenti, rappresentate dai singoli cittadini, in cui ad ogni forza sono assicurati eguali diritti, a condizione che adempia eventuali doveri; ad ogni forza è data la possibilità di scambiare beni e servizi con beni e servizi corrispondenti, in una sorta di vera attuazione del cosiddetto “libero mercato”.

Il mutualismo ha tratti prettamente internazionalistici e federalisti. Nel capitalismo a libero mercato, come è evidente oggi più che mai, vi è un eccessivo sbilanciamento verso il capitale, maggiormente tutelato dalla legge e ritenuto più importante, con una svalutazione e denigrazione del lavoro e del lavoratore, che viene visto come ingranaggio tra gli ingranaggi, a cui è concesso un salario molte volte inferiore al valore di ciò che ha prodotto col suo lavoro. Gli obiettivi ultimi del socialismo e dell’anarchismo sono di annullare questa dicotomia servo-padrone, proletario-borghese, imprenditore-dipendente, annullando la proprietà privata dei mezzi di produzione in modo da rendere tutti “eguali”.

31 ottobre 1870: una gigantesca folla di ogni età invade l’Hotel de Ville. Vogliono rovesciare il governo. Due giorni prima hanno scoperto che Thiers e Favre trattavano per la pace alle spalle del popolo e che Trochu, in nome della sua politica immobilista, ha deciso di abbandonare al loro destino 1600 franchi tiratori fuori Parigi, dopo che avevano tentato di rompere l’assedio. Durante il breve tempo in cui riuscirono a tenere il municipio, i rivoluzionari tentano di arrestare sindaco e senatori, e di designare i rappresentanti della Comune (tra i quali figura anche lo scrittore Victor Hugo). Le personalità principali del governo riuscirono, però, a dileguarsi e nel pomeriggio le forze dell’ordine riconquistarono il municipio, la prefettura e i municipi rionali, anch’essi occupati. Ai rivoltosi fu promesso che non ci sarebbero state conseguenze se si fossero allontanati pacificamente e che le elezioni municipali sarebbero state organizzate subito. Ovviamente, la mattina seguente i leader socialisti furono fatti arrestare, ma le elezioni ci furono per davvero, anche se servirono a riconfermare che il pubblico stava per i tre quarti con i rivoluzionari.

Da novembre a gennaio la situazione s’indurì: i prussiani bombardavano la città e il cibo stava finendo. Si mangiavano cani, gatti, topi o gli elefanti dello zoo e venivano abbattuti gli alberi nei parchi per farne combustibile per la mancanza di gas.

Il solito Trochu e il generale Clement Thomas, già macchiatosi di sanguinose repressioni della folla nel 1848, escogitano un piano che potrebbe smorzare l’ardore combattivo della Guardia o far capitolare la città e terminare l’assedio: organizzare un contrattacco fuori dalle mura della città e far morire qualche migliaio di soldati. Se i caduti fossero stati tra i venti e i venticinquemila, Parigi non avrebbe più potuto resistere e sarebbe caduta.

Andò come previsto e 4.700 uomini rimasero distesi sulla neve insanguinata. I battaglioni che riuscirono a tornare in città, però, non avrebbero lasciato questa infamia impunita. Capirono le ragioni dietro il bagno di sangue scientemente organizzato e, nelle notti successive, numerosi furono i disordini, le manifestazioni e i tafferugli con la polizia. Un gruppo di Guardie Nazionali fece addirittura evadere dal carcere alcuni dei leader catturati dopo il 31 ottobre.

L’estenuante assedio, comunque, doveva finire, dopo quattro mesi, perché ormai, al 22 gennaio 1871, Parigi era rimasta senza cibo. Favre si convinse e firmò un armistizio con Bismarck, ora cancelliere del Secondo Reich di Germania proclamato quattro giorni prima. Non è ancora propriamente un trattato di pace e questo dovrebbe calmare i parigini, nel frattempo un’altra volta scesi a protestare davanti all’Hotel de Ville e un’altra volta repressi nel sangue dalla polizia.

La città poteva finalmente respirare, i negozi si riempirono di merci e gli arrondissements del centro si svuotarono di borghesi, fuggiti in massa portandosi dietro gli ultimi battaglioni della Guardia Nazionale ancora fedeli al governo.

Alla proposta di Bismarck di disarmare gli operai, se tanto gli facevano paura, Favre rispose che era un’impresa impossibile. Il cancelliere suggerì, quindi, di scatenare una rivolta, ora che la Francia aveva ancora un esercito per reprimerla; ma queste parole ebbero come solo effetto di far trasecolare Favre. Per gli Accordi, la Francia avrebbe dovuto disarmare l’esercito, tranne un battaglione per l’ordine pubblico, e consegnare le roccaforti di Parigi. Significava che la Francia aveva ormai perso ogni possibilità di rivalsa, ma anche che il proletariato parigino era ancora armato e senza più un grande esercito nazionale a contrastarlo.

Vennero indette delle elezioni in tutto il Paese per nominare la nuova Assemblea Nazionale con sede a Bordeaux, ora che il governo di Difesa Nazionale non era più necessario. Di fatto, però, Parigi e la Francia profonda sono due mondi completamente diversi, oggi come ieri. Parigi era operaia, rossa e progressista, mentre il resto del Paese era cattolico, conservatore, monarchico per certi aspetti e detestava l’atea e stravagante capitale, con le sue diavolerie moderne. Con le elezioni, in cui tutti i francesi erano stati chiamati al voto, il governo era tornato stracolmo di orleanisti e aveva riconfermato Adolphe Thiers come presidente e Jules Favre come ministro degli esteri.

Quando Trochu non c’è, i rossi ballano e il 15 febbraio si riunirono nella Vauxhall per formare il Comitato Centrale della Guardia Nazionale: una federazione dei vari battaglioni, con uno statuto e una commissione provvisoria formata dai vari delegati degli arrondissements. Il Comitato avrebbe dovuto essere il braccio armato del popolo, che avrebbe esercitato l’autogestione e l’indipendenza dal governo. I comunardi non vedevano efficace un’armata ufficiale perché va a creare una classe di professionisti armata e addestrata, che rispetta solo gli interessi della classe dominante e diviene il suo strumento per calpestare la volontà popolare.

«Niente più eserciti permanenti, ma la nazione tutta armata […] Niente più oppressione, schiavitù o dittatura di sorta, ma la nazione sovrana e cittadini liberi che si governano a loro piacimento»

«il Comitato centrale della Guardia nazionale, nominato da un’assemblea generale di delegati rappresentanti di più di 200 battaglioni, ha per missione di costituire la Federazione repubblicana della Guardia nazionale perché sia organizzata in modo da proteggere il paese meglio di quanto abbiano fatto finora gli eserciti permanenti, e per difendere con tutti i mezzi la Repubblica minacciata»

La neonata Assemblea Nazionale, nel frattempo, conduce i preliminari di pace, approvando la cessione di Alsazia e Lorena e il pagamento di 5 miliardi di franchi. Le primissime leggi che promulga sembrano fatte apposta per infiammare ancora di più la situazione a Parigi: abrogazione del blocco degli sfratti, del blocco degli affitti, della moratoria sui debiti e della paga di un franco al giorno per i membri della Guardia nazionale, chiusura dei giornali di sinistra e condanna a morte di molti leader socialisti e anarchici. I prussiani, per di più, non perdono l’occasione di rinfacciare ai francesi la loro sconfitta e sfilano sugli Champs-Élysées, sotto l’arco di Trionfo e davanti all’Hotel de Ville, ma evitano di spingersi fino ai quartieri a est, consapevoli di che accoglienza li avrebbe aspettati nella parte più “calda” della città.

18 marzo 1871: alle 3 del mattino, il generale Lecomte mobilita il suo battaglione, l’unico rimanente dell’esercito francese, verso Montmartre, per tentare di disarmare la Guardia Nazionale e sequestrare i cannoni di sua proprietà, che nemmeno i prussiani avevano osato toccare. I cittadini se ne accorgono e danno l’allarme con le campane. Una gigantesca folla si precipita sulla collina e Il generale Lecomte, vedendosi accerchiato, ordina per quattro volte ai suoi di fare fuoco sulla folla. I soldati si rifiutano, fraternizzano con la folla e rivolgono i loro fucili contro lo stesso Lecomte, minacciando di fare a lui ciò che voleva facessero ai civili. Lecomte sarebbe stato fucilato quel pomeriggio, dai suoi stessi soldati. Lo stesso destino al generale Clement Thomas, l’uomo che mandò a morire 4700 uomini davanti alle mura di Parigi per stroncare lo spirito combattivo della Guardia Nazionale, riconosciuto in borghese a Montmartre dai suoi ex sottoposti.

Dal mattino, la città precipita nel caos, con municipi invasi, Thiers e il governo che scappano a Versailles “dimenticandosi” dietro reggimenti, batterie, la flottiglia delle torpediniere della Senna e molti vagoni blindati. La Guardia Nazionale teneva la città per la gola, ma nessuno si sarebbe aspettato che tutto succedesse quel giorno, in quel modo, così all’improvviso, nemmeno i rivoluzionari stessi. Affermarono in seguito di essere rimasti colpiti dall’audacia con cui il popolo, senza alcun richiamo né sollecitazione, fosse spontaneamente insorto. Questa mancanza di preavviso e, quindi, di organizzazione portò la Guardia a commettere delle ingenuità tattiche imperdonabili: non conquistarono tutti gli edifici cardine del Paese, come la Banca di Francia e il forte di Mont-Valérien, che controllava la strada per Versailles. Secondo i governativi stessi, quel giorno i comunardi avrebbero addirittura potuto marciare su Versailles e non ci sarebbe stato modo di fermarli.

Il sistema elettorale per le nuove elezioni municipali fu reso proporzionale, così che non fosse più a vantaggio dei borghesi residenti nel centro e ogni arrondissement eleggesse tanti rappresentanti quanto più era il suo numero di residenti. I quartieri più densamente popolati erano ovviamente quelli operai, dopo l’esodo di borghesi avvenuto a fine assedio. Il 28 marzo, davanti all’Hotel de Ville, vennero annunciati i candidati, di fronte ai quali il Comitato Centrale della Guardia Nazionale trasferiva volontariamente i suoi poteri amministrativi. Il poeta Catulle Mendes descrive così la scena:

«A uno a uno i battaglioni si erano allineati sulla piazza, in bell’ordine, musica in testa. Suonavano e cantavano in coro la Marsigliese. Quel suono commosse tutti e quel grande inno, avvilito dal nostro torpore, ritrovò in un attimo il suo antico splendore. Improvvisamente tuona il cannone; il canto s’ingigantisce e uno sciame di stendardi, di baionette e di képis va avanti e indietro, ondeggia e si raccoglie davanti al palco. Il cannone continua a tuonare, ma lo si può sentire soltanto nelle pause del canto. Ogni rumore si confonde in una sola acclamazione compatta, la voce di quell’innumerevole moltitudine. E quegli uomini avevano un solo cuore, così come avevano una voce sola»

Tra i delegati degli arrondissements è da notare una consistentissima parte di ragazzi: l’età media dell’assemblea era di trentotto anni e i più giovani ne avevano meno di venticinque. Vi era inoltre uno straniero, tale Leo Frankel, ungherese, perché la Comune riconosceva l’eleggibilità di cittadini esteri, avanti di almeno un secolo rispetto a ogni altro governo europeo dell’epoca, ritenendo che «la bandiera della Comune era la bandiera della Repubblica mondiale e l’appellativo di membro della Comune è un segno di fiducia più importante dell’appellativo di cittadino».

Prime leggi della Comune per i poveri della città: viene reintrodotto il blocco degli sfratti, soppresso il pagamento degli affitti, imposta la restituzione degli attrezzi agli operai che li avevano impegnati durante l’assedio, stabilita una pensione per orfani e vedove dei caduti in guerra e sancita la requisizione degli alloggi vuoti per la consegna ai senzatetto.

Per l’istruzione vengono raddoppiati gli stipendi degli insegnanti e parificati quelli di donne e uomini, forniti gratuitamente materiali scolastici come libri e quaderni, tolti i crocifissi dalle aule, combattuto il monopolio delle scuole private cattoliche. Per la cultura sono abolite le figure di direttore del teatro e della società di teatro, in modo da garantire agli artisti pieno accesso al guadagno sulla propria arte, e viene nominato direttore della società dei pittori l’impressionista Gustave Courbet, con il compito di riaprire i musei chiusi dal tempo dell’assedio.

Malgrado l’abolizione della pena di morte, con tanto di rogo delle ghigliottine in città, la politica su come trattare gli ostaggi legati al governo di Versailles deve far fronte al massacro spregiudicato che i sostenitori della Comune subiscono fuori Parigi. Nel decreto sugli ostaggi viene sancito che i colpevoli di attività controrivoluzionarie sarebbero stati tratti in arresto e considerati prigionieri del popolo parigino e che qualunque esecuzione di un prigioniero di guerra o di un comunardo sarebbe stata immediatamente seguita dall’esecuzione di tre ostaggi. Si stimerà successivamente che quelli fucilati complessivamente dalla Comune furono 85, comprese 15 spie di Versailles e il vescovo di Parigi. Il governo Thiers, che rifiutò a più riprese di scambiare più di una cinquantina di ostaggi, compreso il vescovo, per il solo leader comunista catturato Blanqui, ammise ufficialmente la fucilazione di 17.000 rivoluzionari, con tutta probabilità una stima riduttiva.

La Comune, inoltre, era anche espressamente femminista! Venne fondata l’Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti, amministrata da un consiglio di sette operaie, tra cui la russa di origini aristocratiche Élisabeth Dmitrieff, iscritta all’Internazionale e in contatto con Marx. L’Unione intendeva organizzare mense, procurare infermiere e ambulanze, trovare vestiario e collaborare con le commissioni governative per la creazione di lavoro femminile.

L’illusione progressista e libertaria dei comunardi stava, tuttavia, giungendo al termine, come in quei quadri impressionisti: tra le barricate nelle strade, con esecuzioni sommarie, decine di civili messi al muro e fucilati.

Thiers rifiuta categoricamente di trattare con la Comune. Conduce un accordo segreto con Bismarck per liberare i soldati francesi ancora prigionieri dei tedeschi, per avere abbastanza potenza di fuoco, dopo aver garantito che non attaccherà Parigi. Bismarck non intende coinvolgere soldati tedeschi, ma non disprezza l’idea di vedere quei comunardi a Parigi schiacciati insieme alle loro idee sovversive. Francia e Prussia, nemiche fino a qualche mese prima, diventano alleate – ovviamente nel più totale riserbo.

Thiers, il 2 aprile 1871, fa la prima mossa: 10.000 uomini – 10.000 versaillesi – sotto il comando del generale Vinoy, con tanto di artiglieria, sono inviati contro la città che il governo non avrebbe attaccato. Respinti, viene organizzato il giorno dopo dal generale della Guardia Bergeret un contrattacco fallimentare verso Versailles, per il quale viene arrestato dal Consiglio della Comune, una volta tornato a Parigi. Arrestato, a Flourens un gendarme spacca la testa con la sua sciabola, mentre Duval è fucilato al muro insieme ai suoi uomini. Ecco con che filosofia Versailles condusse questa offensiva.

Complessivamente, Versailles schierò intorno a Parigi circa 700 pezzi d’artiglieria e 100.000 soldati, di fronte ai quali la Comune opponeva 341 cannoni e 50.000 uomini divisi nelle tre armate al comando di La Cécilia, Dombrowskie Wroblewski. La Guardia Nazionale rimane un esercito di volontari e le forze governative erano professionisti addestrati. Il pomeriggio del 21 maggio 1871, le truppe di Douay e Cissey penetrano nel settore di Saint-Claude. Inizia la Semaine Sanglante. Quanto successe tra il 21 e il 28 maggio non può essere riportato in tutta la sua brutalità ed efferatezza. Thiers invocò “L’espiazione completa”, e i soldati di Versailles obbedirono.

164 barricate, colme anche di donne e bambini, vengono sorrette in tutta la città. Dall’altra parte ci sono 130.000 soldati professionisti che avanzano lentamente, casa per casa, chiesa per chiesa, ospedale per ospedale. A nulla servì l’appello che il 23 maggio il Comitato di Salute pubblica fece affiggere sulle strade: « […] Come noi, voi siete dei proletari; come noi, voi avete interesse a non lasciare più ai congiurati monarchici il diritto di bere il vostro sangue, come essi bevono i nostri sudori». Centinaia di parigini furono fucilati al Parc Monceau, altri trecento alla Madeleine, 37 in rue Lepic, 49 in rue des Rosiers, dove erano stati fucilati i generali Lecomte e Thomas: tra di essi, tre donne e quattro bambini, tutti presi casualmente tra la folla. A Belleville 52 donne, che difendevano una barricata, vengono fucilate.

Negli ultimi caotici giorni, i soldati della Guardia, terrorizzati e disperati, fucilano gli ostaggi senza permesso. A dare gli ordini sono i più estremisti e sanguinari del Comitato di Salute Pubblica, nostalgici del terrore giacobino. Preferiscono vedere la capitale arsa nel più grande rogo che la Francia abbia mai visto. Parigi viene dunque data alle fiamme, prevalentemente dai comunardi. Viene deliberatamente distrutto il vecchio palazzo reale delle Tuileries e seriamente danneggiato l’Hotel de Ville. Il cielo della città e la Senna si tingono di rosso per giorni interi.

Le combattenti della Comune sono l’oggetto di una leggenda diffusasi durante la Settimana di Sangue stessa a causa degli incendi e smentita subito dopo: quella delle pétroleuses, che andavano per Parigi ad appiccare il fuoco lanciando bottiglie incendiarie. La diffusione di questa leggenda costa la vita a centinaia di donne e ragazzine accusate di gettare petrolio nelle cantine.

L’ultimo grande combattimento sarebbe stato a Belleville, nel cimitero di Père-Lachaise. Tra le lapidi e le cappelle famose, si combatte prima con il fuoco dei cannoni e poi, a notte fonda, all’arma bianca, riparandosi tra le tombe illustri del passato. Davanti ai monumenti commemorativi di Nodier, Souvier e Balzac, i comunardi, infine, cadono. I 147 che non sono stati finiti con il colpo di grazia concesso ai feriti, sono fucilati davanti al muro del cimitero che oggi porta il loro nome, il Muro dei Federati.

Il giorno dopo, 28 maggio, l’ultimo cannone della Guardia Nazionale cessa di fare fuoco e la Comune cessa di esistere. Si setaccia casa per casa e si giustiziano quelli con le mani sporche di polvere da sparo o con i lividi sulla spalla destra lasciati dal rinculo del moschetto.

Le migliaia di prigionieri non fucilati vengono condotti a mani legate in direzione di Versailles, presi a sciabolate e uccisi sul posto se si fermano. Fuori dalla città li aspetta l’eroe di guerra generale marchese De Gallifett, che li passa in rassegna e decide sul momento chi fucilare. Predilige quelli con l’orologio: sono borghesi acculturati e studenti schieratisi al fianco della Comune, sono i più pericolosi. Quelli che sopravvivono al giudizio dell’eroe di guerra vengono deportati nelle isole-prigione del Pacifico e dell’Atlantico, dalle quali i più fortunati sarebbero tornati anni e anni dopo.

L’enormità dei cittadini di Parigi morti in questa sola settimana merita di essere assorbita anche con i dati grezzi: 20.000 morti. 35.000 secondo le stime più pessimiste.

Persino i soldati tedeschi che accerchiavano la città lasciavano passare i fuggiaschi, forse consapevoli di quanto stava avvenendo in quella città con il cielo incandescente e dalla quale usciva un fiume impregnato di sangue.

Solo nel 1879 venne approvata un’amnistia e gli esiliati oltreoceano cominciarono a tornare. Due mesi prima, 25.000 rompono il silenzio, dopo quasi 10 anni, e nel 1880 migliaia di persone manifestano nel Perè-Lachaise davanti al Muro dei Federati.

Quale sia l’eredita di questa vicenda? Che senso ha avuto la Comune? Che senso ha per noi?

Per Engels, fu la morte della scuola socialista proudhoniana. Per Lenin un tentativo di rivoluzione proletaria impossibile, dato il mancato presupposto della rivoluzione democratica, il “programma minimo” di un partito socialista. Gran parte dei letterati borghesi dell’epoca, come Flaubert, Du Camp e Goncourt, si schierarono assolutamente contro la Comune, la democrazia e il suffragio universale, definendo tutti questi come rimasugli medievali.

Per Marx, ne La Guerra Civile In Francia, “Anche se la Comune fosse distrutta, la lotta sarebbe solo rimandata. I princìpi della Comune sono eterni e indistruttibili; si presenteranno ancora e ancora finché la classe lavoratrice non sarà liberata”.

Gli ideali, per chi ci crede, sono duraturi e continuamente vengono ripescati, riadattati, manipolati e ripresentati a seconda dei tempi, con costanti e variabili, finché il mondo non sarà cambiato. Non mancheranno idealisti pronti a coltivarli, nello stesso modo in cui, a distanza di 150 anni, sotto alla lapide dedicata ai caduti della Comune non mancano mai i fiori.

Francesco Grampa 4G

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