There will be otium?

Le imprese immaginarie di un collaboratore scolastico.

Dalla comparsa della specie umana, il nostro pianeta è stato teatro delle peggiori nefandezze e atrocità che qualsivoglia entità vi abbia prima mai commesso. L’animo dell’Uomo è intrinseco di odio e malvagità sin dalle origini: Adamo ed Eva furono i primi a testimoniarlo quando, mossi da una matrice innata di disobbedienza, andarono contro il volere del loro creatore, sancendo il primo dei numerosi peccati che sarebbero stati commessi dai loro discendenti. In ogni epoca il comune denominatore è sempre il medesimo: la crudeltà. Troppe le vittime delle guerre che ogni giorno nascono, come troppe le persone che se ne domandano i motivi.

Ma perché siamo così? Esistiamo solo per soffrire e far soffrire? Sarà invece possibile raggiungere la vera felicità?

In molti nel corso della Storia s’interrogarono su questi argomenti, ma nessuno trovò una risposta sufficientemente attendibile. Fino ad un fatidico giorno. L’illuminazione arrivò a una ragazza che stava facendo colazione in un bar. Preso atto della rivelazione, corse subito verso casa per rivelarla a qualcuno, ma nel momento in cui attraversò entusiasticamente la strada, fu colpita di striscio da una macchina e cadde, dimenticandosi nello shock la recente epifania.

Questa, però, non è la storia della ragazza.

Guardandola rialzarsi quasi subito e ritenendo stesse bene, il guidatore decise di non perdere ulteriore tempo e riprese la marcia a bordo della sua Fiat Panda 750. Quella mattina era in ritardo di 20 minuti rispetto alla tabella di marcia, la quale comprendeva già il fatto di essere in ritardo di 30 minuti; quindi fu questo suo incrollabile attaccamento al lavoro, oltre alla mancanza dell’assicurazione sulla macchina, a spingerlo a proseguire verso il Liceo Tosi di Busto Arsizio, dove scese dalla macchina soltanto con la felpa, nonostante le rigide temperature del nordico inverno.

Da fuori, si potrebbe pensare a lui come ad un guerriero vichingo che non teme l’imperversare del maltempo e che prosegue per il suo nobile cammino sperando un giorno di raggiungere il tanto agognato Valhalla. In realtà, aveva semplicemente dimenticato la giacca a casa. Ma quella mattina il suo verace e spontaneo sangue partenopeo non avvertiva il freddo, perché a riscaldarlo c’era la sua intramontabile fede calcistica, poiché la felpa che indossava era proprio quella del Napoli, regalatagli dall’amico Gennaro O’Malament prima di partire per l’alto Nord.

Si girò verso il finestrino della macchina per sistemarsi i capelli, ma per l’ennesima volta prese coscienza di averli persi quasi tutti tanti anni fa. Notò, invece, sulla felpa la macchia di caffè del giorno precedente quando, però, gli era sembrato un peccato metterla subito da lavare, dato che l’aveva appena indossata e il caffè proveniva dalla sua moka napoletana, che quindi gli appariva come un’altra manifestazione delle indicibili qualità del suo popolo.

Allora si diresse verso il cancello centrale del liceo, che molti studenti paragonerebbero a quello impervio dell’Ade, ma che a lui pareva invece paradisiaco, con di fianco San Pietro in persona, pronto con le chiavi in mano a spalancargli le porte della bella vita. Quella mattina, tuttavia, il tanto acclamato Santo non era solo, perché lo accompagnava un insolito agglomerato di professori, segretarie e dei suoi starni colleghi bidelli. La sua rapida mente lo portò subito a dedurre che l’incaricato per quel giorno di aprire la scuola fosse in leggero ritardo e, una volta aggiuntosi al gruppo, ne ebbe purtroppo conferma. Dopo alcuni istanti d’esitazione, colto dall’impellenza di soffiarsi il naso, mise una mano in tasca per prendere il fazzoletto, che però al tatto non aveva né la consistenza dei fazzoletti, né tantomeno il loro solito rumore, ma tintinnava vagamente come qualcosa di metallico.

Fu solo allora che si ricordò di essere lui l’incaricato per quel giorno e che quelle intascate dovevano essere per forza le chiavi.

Ovviamente, non poteva dire a tutti i colleghi che era lui la causa per cui, dopo 20 minuti dall’orario d’inizio delle lezioni, l’intera scuola era ancora fuori al freddo e magari anche al gelo. Pertanto, facendo finta di nulla, si offrì per scavalcare il cancello e andare a cercare di aprire in qualche modo le porte d’ingresso, certo di trovare la soluzione al proprio posto nella sua tasca destra. Pronto a passare da silenzioso colpevole ad acclamato salvatore di situazioni, iniziò la scalata del cancello, che passò da ingresso del paradiso a un muro montaliano, non tanto per l’impossibilità di vedere la realtà delle cose al di là di esso, ma piuttosto per i cocci di vetro sulla sua sommità. Infatti, una volta raggiunto il punto più alto, si tagliò con degli acuminati spuntoni di ferro che prima non aveva notato e cadde rovinosamente a terra.

Riprese coscienza circa dieci secondi dopo, ma a lui parve passata un’eternità, perché non capiva come mai fosse finito in prigione, dato che era dietro le sbarre mentre tutti gli altri lo fissavano preoccupati. Solo tornando lucido realizzò dove fosse e che era riuscito nell’impresa. Sentiva dolore ovunque: prima si toccò la caviglia, che gli faceva male, poi le costole ritenendole rotte per il dolore lancinante. Si toccò la spalla, il viso, il mento e solo a quel punto realizzò che a fargli male fosse soltanto la mano con cui si toccava. Per il resto, il piano era andato a buon fine e l’intera allegra compagnia, che poco prima era in mezzo alla strada, ora svolgeva diligentemente le lezioni.

Finalmente il nostro eroe si poté sedere sul suo trono in mezzo al corridoio, da dove poteva mirare infiniti spazi e sovrumani silenzi e profondissima quiete… ma, mentre si fingeva nel pensiero, un rumore di tacchi in lontananza interruppe il suo dolce naufragar. Si trattava di una figura femminile apparsa nel fondo del corridoio, che inspiegabilmente stava diventando sempre più grande come se stesse passando dall’infanzia all’età adulta nel giro di pochi secondi. Il rumore dei tacchi si faceva sempre più intenso e lui fu assalito dal terrore della scena: aveva in testa troppi film coi tacchi nei corridoi americani.

Ricordandosi le nozioni che aveva casualmente appreso mentre passava davanti alle classi della scuola su Brunelleschi e l’effetto Doppler, si rese conto che semplicemente la figura stava camminando verso di lui e quindi cominciò a calmarsi, finché non tornò di nuovo in panico nel momento in cui si rese conto che la donna misteriosa forse poteva essere la preside del liceo.

Il suo istinto di sopravvivenza lo spinse a prendere la scopa che aveva al suo fianco per pulire di tutta furia l’area intorno a lui, in modo da far vedere che si stesse impegnando molto e da non ricevere un richiamo ufficiale. La figura femminile gli era ormai arrivata vicino e lo scrutava, mentre lui era pronto a darle il buongiorno e a salutarla con un cordiale sorriso a trentadue denti. A fermarlo fu l’essersi reso conto che, però, non si trattava affatto della preside, bensì di una nota ragazza ripetente. Una che aveva abbandonato gli studi a 16 anni per aggregarsi ad un gruppo di teppisti attratta dal loro capo, che cinque anni dopo l’aveva abbandonata dopo averla messa regolarmente incinta e prima che lei iniziasse due lavori in contemporanea per mantenere se stessa ed il figlio, per poi vincere il superenalotto e tornare agli studi all’età di 43 anni per prendere il diploma a cui tanto ambiva.

Il nostro collaboratore scolastico aveva un proprio codice morale, che gli imponeva sul posto di lavoro di non fare nulla che non fosse costretto a fare. Non era sicuro che questa norma potesse considerarsi parte di un’etica, ma bisogna arrangiarsi con quello che si ha e, quindi, rimise a posto la polvere esattamente com’era prima, cosicchè nessuno potesse accusarlo di non avere princìpi. Lo pagavano per passare la maggior parte del tempo seduto al suo tavolo in mezzo al corridoio, da dove poteva sorvegliare gli studenti, ma il tempo passava lentamente e, allora, era solito leggere Delitto e Castigo o, quantomeno, così sarebbe sembrato a chiunque passasse davanti a lui. In realtà teneva in mano il libro di Dostoevskij, ma non lo leggeva effettivamente, poiché doveva usarlo per uno scopo ancora più elevato: come appoggio per il suo telefono mentre giocava a Clash Royale per mantenere il suo primato di campione e non venire superato dagli studenti che in quegli stessi momenti facevano altrettanto nelle loro sparpagliate aule. Qualcuno loderebbe comunque la scelta del libro, ma anche quella era “frutta del caso”; infatti aveva trovato quel libro su un banco l’anno precedente in una classe che stava pulendo.

Anche quel giorno stava “leggendo” quando suonò la campanella e l’Immortale (così lo chiamavano i fan di Gomorra della classe a cui era riuscito a passare le risposte di una verifica di matematica) capì che oramai erano già le 12.00, orario in cui si sarebbero dovuti pulire i bagni. Vedendo la collega dall’altra parte del corridoio alzarsi e dirigersi verso i propri bagni con il carrello per le pulizie, fece lo stesso.

All’interno del locale, senza badare tanto alla carta igienica attaccata al soffitto, ai rubinetti che perdevano, all’odore di qualcosa che poteva derivare da qualche cavallo, a uno strano liquido che sgorgava da una turca o alla finestra sporca di antichissime vernici, notò che la luce non funzionava. Decise allora di fare dietro-front, pensando che quello delle pulizie del bagno sarebbe stato un problema del futuro e, preso da un particolare impulso attoriale, causatogli la sera precedente dalla visione di quello che lui credeva essere Natale su Marte, ma che, a causa di un suo errore in fase di pirateria, si rivelò il Macbeth di Coen, promise a voce alta alla porta (come se potesse capire una acca di cosa diceva, o ci fosse in lei la possibilità di capire qualcosa, in quanto completamente priva di coscienza e intelligenza; un po’ come il suo interlocutore): “Attendi il mio arrivo alla prima luce del quinto giorno. All’alba guarda ad Est”. Non sapeva esattamente cosa volesse dire quella frase né da dove gli fosse arrivata nella testa, ma gli era particolarmente piaciuta. Inoltre, cinque giorni dopo sarebbe stato il suo giorno libero e, quindi, non aveva neanche la preoccupazione di dover tornare a pulire il bagno e spiegargli cosa realmente intendesse.

Stava per rimettersi a “leggere”, quando la sua attenzione virò improvvisamente su un suono di cui non riusciva a capire l’origine. Comprese che proveniva da una classe vicina, ma comunque per lui restavano un mistero quei rumori mai sentiti e credette di star origliando ad un rito satanico. È risaputo che rituali del genere non si svolgono a mezzogiorno e mezzo nelle classi delle scuole, ma non è necessariamente impossibile che avvengano comunque. Non conosceva bene l’inglese e neanche il brano Bohemian Rhapsody che una professoressa, con una professionalità degna di un voice over di Real Time, stava cantando a squarciagola coprendo il video musicale ed impedendone ogni possibile riconoscibilità anche al fan più sfegatato del gruppo londinese. Però gli sembrava una canzone in inglese.

Che gli aveva fatto perdere un mucchio di tempo, perché scoccò l’Una e, accompagnata dal suono della campanella, una calca di studenti lasciava l’istituto con una foga tale che, se Renzo l’avesse vista, sarebbe impallidito tre volte tanto rispetto a quando assistette a quella milanese.

Il bidello sapeva che la sua giornata lavorativa si sarebbe conclusa alle 15.00 ma, ripensando a tutte le fatiche di quello strano giorno, ritenne si fosse meritato un’uscita anticipata di nascosto. Quindi, con un naturale fare furtivo, si mischiò alla folla di ragazzi, affiancandosi ad uno che subito lo fissò con uno sguardo accusatorio e, incuriosito dalla situazione, gli si rivolse con uno sguardo interrogativo, a cui lui, quasi come se stesse parlando di nuovo alla porta dei bagni, rispose: “Per oggi ho finito”.

Marcello Amato 5B

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1 Commento

  1. lavoro ben fatto, interessante l’analisi del personaggio in esame, consiglio vivamente la lettura!!

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