Drifter.

Esperimento n°9 di traduzione a parole di un brano musicale

Sentii per la prima volta questo pezzo durante il primo lockdown, precisamente il 21 maggio 2020, data che ricordo perché segnalata dal mio account Spotify, il giorno cioè in cui la aggiunsi ad una delle mie playlist.

Apparentemente non ha un senso perché, come dice il titolo, si chiama “Vagabonda” e non ha parole: sembra quasi che abbia entità propria e voglia “stare da sola”.

Potrebbe risultare a tratti ripetitiva: ha un ritmo regolare, segnato da suoni più potenti, alternati ad altri più lievi, ricordando un’onda lunga che, arrivando a riva, non si infrange violentemente, ma semplicemente si dissolve. Ha delle cadenze vibranti grazie a una chitarra e degli strumenti elettronici, mescolati ad altri effetti che ricordano l’acqua, soprattutto alla fine.

Ogni volta che ascolto Drifter, mi torna alla mente un tramonto di fine primavera dai colori violacei, con qualche strappo di luce rossa sul lago calmo, con le onde descritte come fa il brano: non impetuose come quelle di un mare in tempesta, ma omogenee e controllate, magari anche con l’immagine di un gabbiano appollaiato vicino alla riva sullo scafo di una barca.

La Vagabonda ha deciso di presentarsi come una folata di vento caldo, che portava serenità e quiete. L’ho semplicemente accolta e mi sono fatta trasportare nel suo vuoto apparente.

Macchi Beatrice 4G

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