L’ impossibilità dell’uomo che, nella sua solitudine, cerca di fuggire dal tempo.

Esperimento n°7 di traduzione a parole di un brano musicale

Interstellar di Hans Zimmer.

Il brano inizia pianissimo: una sola nota viene continuamente ribattuta da un pianoforte, rigidamente seguendo il metronomo, quasi come fosse un orologio che scandisce i secondi del tempo.

Dopo alcuni istanti vengono aggiunti archi che seguono il ritmo martellante iniziale, dando però un senso di mistero e profondità. Non sovrastano il suono iniziale, ma si completano a vicenda.

Il tutto viene ripetuto e, ogni paio di battute, viene aggiunto un nuovo strumento: violini, violoncelli, per accrescere fluidità e interiorità, quasi in modo ipnotizzante.

Dopo circa due minuti, il suono della pulsazione iniziale si sfuma gradualmente e il brano cresce, mentre la melodia diventa più intensa, veloce e sembra arrivare al suo culmine. Gli elementi dell’orchestra si esprimono con tutta forza, per poi cadere in un silenzio assordante: un accordo statico e poi la nota che lega tutto il brano torna ad eseguire il suo canto elegante, riprendendo il primo fraseggio, lento e dinamico, aggiungendo espressioni più basse e più alte, portando ad un’evoluzione della composizione.

Dopo poco tempo, però, si ricade in quel vuoto che incombe in tutto il brano. Il canto riprende, ma questa volta la melodia è più acuta e veloce, ma non strillante, i suoni diventano dolci, sembrano quasi ballare, scivolando grazie alla presenza degli archi. Si continua a crescere e poi tutto si interrompe e si ricade su un accordo che, quasi come il vuoto dello spazio, conclude la musica.

Wilson Sofia 4G

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