La divina neuroscienza.

Leggendo le opere di Dante, soprattutto la “Divina Commedia”, si notano molteplici scene caratterizzate da personaggi, topoi e sistemi di relazioni narrative intrinsichi di un alto grado di originalità. I lettori più riflessivi si imbattano costantemente in dubbi sull’origine di tali idee, così oniriche, e di tale genio, in grado di impostare immagini cinematografiche complesse anche per noi moderni, abituati a vedere effetti speciali anche solo nel video più banale. Molti si sono addirittura chiesti, anche solo per goliardia, se facesse uso di stupefacenti di qualche genere per aiutarsi nel suo processo creativo. Con le conoscenze odierne, possiamo azzardare un’ipotesi sulle cause di questa attitudine alla narrativa surreale, prendendo in analisi uno degli aspetti meno conosciuti, ma forse più incisivo, sulla persona di Dante: la narcolessia.

Si potrebbe trattare, dunque, non di abuso di sostanze, bensì di questa particolare condizione. Eccessiva sonnolenza diurna e allucinazioni ipnagogiche sono state identificate in tutta la letteratura Dantesca. Moltissime le volte in cui il personaggio Dante cade nel sonno in momenti in cui meno ce lo si aspetta ed esperti,come Giuseppe Plazzi (ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie all’Università di Bologna), le interpretano non solo come escamotages letterari, ma come sintomi di questa malattia legata al sonno, che probabilmente lo affliggeva anche nella vita quotidiana. Questa particolare condizione non ha solo effetto sull’abilità di dormire efficacemente, perché influisce anche sulla percezione sensoriale e sulla visione generale dell’ambiente, con una ripercussione necessaria su stile, idee e capacità di visualizzare collegamenti dell’autore. Questo avrebbe potuto rendere più semplice a Dante aver accesso a una vasta gamma, e con uno sforzo mentale minore, di interrelazioni tra letteratura, teologia, filosofia, politica, etica, che caratterizzano i suoi Canti.

I discorsi su quale sia il vero percorso che porti un “genio” a sviluppare la propria abilità portano spesso a speculazioni e a conclusioni poco attendibili. Possiamo, però, tracciare un profilo generale analizzando diversi personaggi di spicco in ambiti differenti. Einstein affermava “Se volete figli più intelligenti, raccontategli più storie”. Quella che può sembrare una bizzarria ha, in realtà, dei fondamenti che si possono ritrovare nelle neuroscienze più moderne. Una delle ultime scoperte nell’ambito neurologico è la plasticità cerebrale, che afferma l’abilità del cervello di adattarsi e di modificare la propria struttura neurale cambiando attitudini, comportamenti e atteggiamenti. Raccontare storie ai bambini amplifica questa abilità, fornendo al cervello più input con cui lavorare. Infatti, quello che determina l’intelligenza specifica in un determinato ambito non è la dimensione del cervello, quanto invece il tipo di connessioni neurali, il modo in cui sono disposte, implementate, ottimizzate. Il processo che sembrerebbe responsabile di questa disposizione vantaggiosa viene chiamato potatura neuronale. Sembra che sia più sviluppato nelle persone con un quoziente intellettivo più alto. Consiste nella tendenza del cervello a creare numerose e variegate tipologie di connessioni, per poi ridurle e mantenere quelle che ritiene più efficaci. Ecco che qui la malattia relativa al sonno potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale, poiché è ormai ben noto che di notte il cervello metta in atto dei meccanismi per cui ristabilisce, rinforza e consolida le connessioni neurali generate durante il giorno. Per una persona che, quindi, abbia un disturbo che la porta a dormire più del normale, questo processo potrebbe essere maggiorato proprio a causa del tempo prolungato del sonno. L’altro esempio nettissimo sono i pittori, che a loro volta molto spesso hanno necessità di dormire per tante ore a causa dell’alto tasso di “sfruttamento” della corteccia visiva e della facoltà immaginativa.

Staccandoci dalla classica interpretazione legata al al cristianesimo, possiamo effettivamente pensare i Canti danteschi come un vero e proprio viaggio all’interno di un sogno. Purtroppo, spesso si fa l’errore di staccare l’autore dall’opera, lasciandosi alle spalle le caratteristiche della mente di chi l’ha creata. È entusiasmante assistere alla reinterpretazione delle personalità del passato grazie alla scienza moderna, e lo è ancora di più rispetto a personaggi che pensavamo di conoscere profondamente. Ecco, quindi, un altro indizio che potrebbe aver indirizzato Dante sul percorso di proliferazione del suo genio.

Riccardo Scaburri 4G

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