POST-COVID. Cap. 6: Intruso.

“…Non sappiamo come abbiano fatto a scoprire del treno. Forse intercettano le nostre comunicazioni.”

“Non ci voleva. Dobbiamo chiedere al Ministro di continuare il viaggio su un’altra linea, potremmo essere compromessi. E speriamo che non ci stiano già aspettando a Roma.”

“Tua figlia è ancora stanziata lì?”

“Sì… E l’ultima cosa che voglio è che qualche comunista o qualche postino ribelle le spari solo per aver seguito le orme del padre.”

La cassa di metallo è buia e le pareti sono fredde. Un buchetto di non più di due millimetri fa entrare poca aria e fa passare qualche brandello di suono. Sarò qui da ore, ormai. Cazzo, cazzo, cazzo! Ma perché mi sono buttato nel treno senza aspettare Franco?

“Capitano, signore, i radar non rilevano locomotive sui binari. Sembra che non ci stiano seguendo.” Questo qui parla come un annunciatore televisivo degli anni ’30.

“Molto bene, camerata. Prepari la radio: devo contattare il Ministro.”

“Sissignore! A noi!”

Questa carrozza non sembra molto affollata:sono le prime persone che sento da quando mi sono nascosto.

Ok… Ora un bel respiro… Non posso restare qui… Mi scopriranno,prima o poi. Devo trovare un modo per scendere da questo dannato treno.

Trattengo il respiro per sentire meglio se ci sia ancora qualcuno… ma sembra di no.

Sollevo lentamente il coperchio della cassa,giusto il tanto che basta per sbirciare… Libero! Non c’è nessuno.

Non so nemmeno quantificare la fortuna che ho avuto a trovare una cassa vuota proprio nella carrozza da cui sono entrato. Con anche dei comodissimi buchi per l’aria! Sembra quasi di essere in uno di quei film di spionaggio di serie b. Solo, con più comunisti dentro.

 

La carrozza è occupata da due file parallele di scaffali a listelli di alluminio arrugginito, che lasciano uno stretto corridoio in mezzo e si interrompono solo in prossimità del portellone, all’estremità dello scompartimento. Dal soffitto pende una lampadina, che proietta una fioca luce sul pavimento solo al centro del corridoio. Perciò le estremità della carrozza sono quasi totalmente nell’oscurità. Gli scaffali sono tutti occupati da casse di varie dimensioni, etichettate con i codici della Ponti. Sapere che cosa possa esserci dentro mi rende solo più nervoso. Chissà se i soldati a bordo di questo treno sanno che cosa stanno trasportando?

Provo a pigiare qualche pulsante sul quadrante del portellone da cui sono entrato: niente! Non si apre! Devo trovare un altro modo per uscire.

Se ricordo bene, questa carrozza dovrebbe essere esattamente a metà del treno e la locomotiva dovrebbe essere alla mia sinistra. Probabilmente avranno messo più guardie alla testa del treno: mi conviene andare a destra. Non vedo nessuno dalla finestrella sulla porta del vagone: decido di andare.

 

Un altro vagone pieno di casse, ma senza un portellone.

Provo il prossimo che sembra diverso: ci sono sempre gli scaffali di alluminio, ma quasi tutti vuoti e appoggiato ad una parete si vedono un tavolino con dei bicchieri, una bottiglia, una candela consumata e delle carte da gioco. Qualcuno deve essere stato qui di recente: mi conviene sbrigarmi e uscire. Anche in questo vagone non vi è nessuna uscita.

Quello successivo sembra una carrozza passeggeri, di quelle vecchie, forse degli anni ’60. C’è uno stretto corridoio ad un lato, che dà su degli ampi finestroni ingialliti da una parte e sulle porticine delle cabine-letto dall’altra. Devono essere gli alloggi dell’equipaggio. Provo a guardare fuori dai finestroni: è molto buio, non vedo nemmeno una luce artificiale. Probabilmente siamo in mezzo al nulla:intravedo solo prati incolti, boschetti e case diroccate. Non stiamo andando molto veloci, probabilmente perché la locomotiva è una da treno merci.

Camminando piegato e facendo meno rumore possibile, percorro il lungo corridoio del vagone, che a differenza degli altri è ben illuminato. Ad un certo punto, il battente in ferro di una cabina davanti a me si spalanca e sento un uomo sbadigliare. Entro fulmineamente nella prima porta che trovo alla mia destra, mentre mi premo la bocca con le mani per soffocare i sussulti. Per fortuna, qui dentro non si vede nessuno.

“Ah, che palle, siamo ancora in mezzo al nulla!” esclama l’uomo uscito dalla cabina.

“Gesù! Questo treno è lento come una lumaca.”

A quanto pare sono in due lì dentro.

“Sono passate almeno tre ore: dove potremmo essere secondo te?”

“Mhh, non ne ho idea… Però forse siamo vicini a Bologna.”

“Ci fanno passare per quel covo di zecche?”

“E’ la linea più veloce ancora attiva. Non abbiamo molta scelta.”

Per un po’ smettono di parlare. Ne approfitto per vedere se trovo qualcosa di interessante in questa cabina.

Sembrerebbe abitata, perché le brande sono ancora disfatte e ci sono vestiti… un momento: entrambe le brande sono disfatte. Questo vuol dire che sono in due a dormire qui dentro. [vedi che prima ci voleva? E non avevo ancora letto qui!] In un posto così piccolo? Il distanziamento è impossibile qui! Non hanno paura di contagiarsi?

Rovisto un po’ negli armadietti sotto alle reti dei materassi: nel primo non trovo nulla, mentre nel secondo c’è una specie di… libretto? con delle canzoni? E che canzoni: l’Inno dei figli della Lupa, All’armi siam fascisti,il Canto degli arditi ed ovviamente lei: l’unica, l’inimitabile Faccetta Nera.

Ma dove cazzo sono finito? Sul Predappio Express?

“Sono le 22.30. È il mio turno. Non scolarti tutta la bottiglia da solo!”

Sento la porta della cabina di fianco aprirsi e dei passi di stivali nel corridoio.

Sbircio e vedo che questo soldato non indossa la mascherina. Sembra stia diventando una moda. Intendo, di nuovo.

Aspetto che sia uscito dal vagone ed esco dalla cabina. Vado verso la porta all’estremità opposta da quella da cui è uscito lui e tento di aprirla per uscire dal treno, ma è sigillata. Guardo fuori dalla finestrella sulla porta. Cazzo, questo è l’ultimo vagone!

Significa che devo risalire il treno anche oltre la carrozza dove mi ero nascosto, avvicinandomi alla locomotiva sempre di più.

 

Con cautela, ritorno al mio punto di partenza. Sento delle voci dai vagoni davanti: sembra ci sia più gente rispetto alla coda del treno.

Ah, ma è possibile che sia così complicato cercare una semplice uscita?

Apro la porta del vagone: ci sono tre uomini in divisa che parlano, radunati sotto l’unica lampadina funzionante. Hanno una toppa della Ponti sulla spalla, ma hanno uniformi diverse, non indossano la mascherina e hanno un berretto militare nero con un’aquila dorata. Portano tutti e tre una pistola sul fianco. Devo trovarmi nella sala radio: vedo una postazione simile ad un computer con molti bottoni e led colorati accostata ad una parete dello scompartimento. Il pavimento ha un doppiofondo, probabilmente per far passare i cavi… scommetto che posso strisciarci, lì sotto. Muovendomi di un millimetro alla volta, attento a non emettere il minimo rumore, mi faccio strada sotto il pavimento, con fili di luce provenienti dalle grate sopra di me. Guardando in alto riesco a vedere i soldati: sono dietro di loro. Uno sta parlando alla radio:

“Stazione di Roma Termini, qui Convoglio. Mi ricevete? Passo.”

khh Convoglio qui Roma Termini, vi sentiamo, passo.”

“Termini, nessuna traccia dei brigatisti sulla ferrovia o sulle strade adiacenti. Passo.”

khhh Ricevuto. Da BoCentraleci dicono che la situazione è sotto controllo. Per precauzione non vi fermerete per fare rifornimento. Passo”

“Mh, i ragazzi non saranno contenti di questo.” Dice uno dei due uomini in piedi.

“Termini, potreste mettermi in contatto con il Ministro?” È la seconda volta che sento questo nome: chi diavolo è questo Ministro?

khhh Vi mettiamo in linea. Tiburtina, chiudo.”

khhhhh Capitano. C’è qualche problema con il trasporto?” Questa voce… Sono dannatamente sicuro di averla già sentita, ma quando? Forse tanti, tanti anni fa…

“No signore. È solo che gli uomini si chiedono se sia sicuro proseguire su questa linea e non sia più sicuro prenderne una secondaria. Passo.”

khh Capitano, è di cruciale importanza che il carico arrivi a destinazione entro e non oltre domattina. Non possiamo permetterci deviazioni di alcun genere. Sono stato chiaro?”

“Sì signor…”

“Qui abbiamo già pronte le infrastrutture per assemblare i macchinari e abbiamo già fatto radunare tutti: gli ingegneri, gli operai, i tecnici, i muratori, gli idraulici, i geometri…”

Non posso stare qui ad ascoltare tutta la conversazione: devo uscire da questo scompartimento ora che i soldati parlano alla radio. Striscio fino ad un una grata non illuminata distante dai tre uomini, la sollevo e mi dirigo verso la porta. Prima di uscire, ascolto per qualche secondo se stanno ancora usando la radio:

“… Gli architetti, gli operatori…”

“Sì signor Ministro, capisco, ma…”

“…Gli imbianchini, i ricercatori, gli elettricisti…”

 

Appena entro nella carrozza successiva sento come un pesante e grave ronzio. C’è una sorta di bancone da bar da un lato, con dietro uno scaffale pieno di bottiglie vuote e piatti ingialliti. Doveva essere un vagone ristorante, anche questo direttamente uscito dagli anni ’60. È pieno di tavolini lungo entrambi i lati, la maggior parte sgombri, ma dietro uno di essi noto seduta una figura in penombra, quasi immobile. Sul tavolino brilla una candela accesa, che illumina un bicchiere ancora mezzo pieno. Più mi avvicino, più il ronzio si fa possente: avranno diverse uniformi, ma in quanto a efficienza questi fasci sono esattamente come i soldati Ponti.

C’è anche qualcos’altro di fianco al bicchiere: documenti di vario tipo, macchiati di cera sciolta e alcool, e la pianta di una città con sopra delle scritte. Mi sembra Roma, con degli edifici cerchiati in rosso: riconosco Piazza Venezia… l’Altare della Patria… Palazzo Chigi…? Ah, non ne ho idea, ma forse è proprio ciò che Franco sperava di trovare. Meglio che porti questi documenti con me. Anche lo sportello di questo vagone è sigillato. Passiamo al prossimo.

Entro in una carrozza senza nessuno all’interno, ma piena di armadietti e con un tavolo da lavoro al centro, con sopra utensili di ogni tipo. Apro un armadietto e vedo tanti fucili appesi a delle rastrelliere: devo trovarmi nell’armeria. C’è una guardia davanti alla porta scorrevole all’estremità opposta della cabina. È seduta dandomi le spalle e sembra stia leggendo una rivista sotto ad una lampadina.

È immobile.

Metto una mano sulla pistola silenziata che mi ha dato Franco…

Mmh, meglio di no.

Preferisco evitare di ucciderlo, se posso.

Ok… è il momento di ricordare la presa di Franco. Mi avvicino silenziosamente, mi preparo e gli salto al collo. La sedia cade fragorosamente per terra, la rivista viene lanciata via e la guardia inizia a mugugnare mentre gli tengo la mano davanti alla bocca. Inizio a stringergli la gola, quando improvvisamente… Mi vengono in mente, come flash… La ragazza della stazione a terra in una pozza di sangue… La granata a due metri da me… L’uomo col ventre sanguinante dopo che gli ho sparato… La mia presa si allenta, l’uomo si divincola e mi dà una gomitata sul naso. Urla per chiamare aiuto, ma gli salto addosso prima che possa finire la frase.

Finiamo entrambi sul pavimento a prenderci a cazzotti. Lui è chiaramente più addestrato, riesce a mettersi sopra di me, sta per strangolarmi, la mia vista si appanna, i suoni si fanno ovattati… Muovo le braccia alla rinfusa, finché la mano non mi finisce sul manico di un taser appeso al fianco del soldato. Senza pensarci, lo prendo e glielo premo sul collo, per diversi secondi, fin quando lui, esanime, si accascia a terra. Dio, fa che sia ancora vivo…

Devo aver fatto un bel casino… Blocco la porta da cui sono entrato. Di sicuro avranno sentito tutto quelli di là. Ah! Cazzo, il mio naso… Ho la mascherina tutta insanguinata… E ora come diavolo esco da…

Il mio sguardo si posa su una cassa di granate fumogene in un armadietto di fianco a me. Controllo di avere ancora nello zaino la maschera antigas presa a Varese… Non posso essere così pazzo…

“Camerata, che succede lì dentro!?”

Merda sono già qui! Devo muovermi.

“Se non ti decidi a rispondere, dovremo sfondare.”

Quello dopo è un normale vagone passeggeri. Vorrei bloccare anche questa porta, ma sbucano dei soldati dall’altro capo dello scompartimento: “E tu chi diavolo sei?! Fermatelo!”

Mi butto nello spazio tra due file di sedili mentre i militari iniziano a spararmi, non con proiettili letali, ma con tranquillanti. Vogliono prendermi vivo! Nemmeno oso immaginare cosa mi farebbero se mi catturassero!

Sento l’altra porta spalancarsi dietro di me:“Ha neutralizzato un soldato! Dobbiamo beccarlo!”

Ora mi serviranno a ben poco le granate:sono bloccato da entrambe le uscite! Appoggio la testa sulla parete del vagone, rassegnato, quando urto qualcosa con la nuca… È un martelletto per rompere i vetri!

Devo essere fulmineo: lancio una granata davanti a me, che rilascia una densa nube grigia,mi slancio in avanti indossando la maschera, sollevo il braccio e vibro un pesante colpo di martelletto sul finestrone di fronte, che si infrange in mille pezzi. Mi butto fuori dalla cornice ancora frastagliata di vetri rotti senza pensarci due secondi… Oddio!Siamo sopra un fiume!

Cerco di mettermi il più dritto possibile per fendere l’acqua ma atterro di pancia, la maschera mi si sfila dal volto e sento un grande colpo sullo stomaco. La corrente inizia a trascinarmi via e non so fino a quando riuscirò a mantenermi a galla nonostante il dolore. Vedo le luci del treno sfrecciare sopra il ponte… È tutto appannato, fatico sempre di più a tenere gli occhi aperti… Sento qualcosa sul collo… Oh cazzo… mi hanno colpito. Mi sento scivolare sempre di più, la corrente mi trascina… Ohhhh no… non di nuovo…

Francesco Grampa 4G

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