Senza uscita: cultura, scuola, ideologia.

Tanto si è detto sull’argomento cultura e su come stia oggettivamente sparendo dalle aule scolastiche, rimpiazzata dalla più sterile mentalità produttivista ed economicista.

È in corso, di fronte ai nostri occhi, una colonizzazione degli spazi dedicati al sapere da parte del mondo del lavoro: si sta tentando di renderli un’estensione – un prologo – di questi ultimi. La scuola si sta sempre più dissociando dalla sua concezione di “luogo dove le menti libere vengano formate”, per divenire… qualcos’altro.

Oppure è sempre stata qualcos’altro e questa immacolata fantasia della scuola-giardino, che faccia fiorire lo spirito umano, altro non è che, appunto, una misera fantasia e non una normale: una fantasia ideologica?

Giuseppe Iannaccone sosterrebbe che “Le aule delle nostre scuole rimangono gli unici luoghi dove conoscenze e confronto critico possono farsi discorso pubblico. L’erosione degli spazi di un’educazione priva di valore d’uso quale quella umanistica (a favore di discipline che lo spirito dei tempi considera più presentabili) richiede una riflessione estranea al dilagare della pedagogia di test e competenze.”

L’unico piedistallo sul quale la mente libera possa ergersi è quello della cultura.

Può sembrare un’opinione altisonante e arbitraria, forse anche un po’ snob; ma questo perché molti hanno un’idea falsata di cultura. C’è la cultura da esposizione, quella nozionistica e superficiale, da sfoggiare e ostentare, senza che dietro vi sia necessariamente una reale comprensione dell’argomento di cui ci si riempie la bocca, o delle implicazioni. Immaginatevi: dolcevita, mocassini, sciarpa, sigaretta (magari un basco, se proprio si vuole fare sul serio) e citazioni di Eraclito, Montale, Platone ed Elon Musk (in quest’ordine, preferibilmente). Credono di aver compreso il segreto del mondo, di essere gli ubermensch nietzscheani e, poi, hanno libri e libri (anzi, e-book) di life-coaching, scritti da milionari o “psicologi”, tutti intitolati così: “Come fare i soldi ricchi”. Gli oltre-umani che hanno bisogno di qualcuno per insegnargli il sigma male grindset.

C’è poi la cultura monumentale, struggentemente innamorata del passato, disperatamente nostalgica di un’idealizzazione della epoca d’oro ormai scomparsa, in favore della bieca e sordida modernità. Un ometto pesantemente occhialuto con pochi e sottili capelli grigi, che usi citazioni latine al posto delle virgole, reciti a memoria dalla prima all’ultima elegia latina, disconosca ogni opera scritta dopo il 1842 come letteratura, e lasci la cultura in una sorta di bolla ideale congelata e staccata dalla Terra. Guai, per questo omiciattolo, trarre dalla cultura un insegnamento reale o una direzione pratica da applicare nel mondo. Guai sporcare questa nobile entità con il plebeo mondo odierno: la cultura va contemplata, come si contempla il David.

Infine c’è la cultura reale: aver studiato un argomento per interesse proprio, aver permesso alle nuove informazioni di entrarci nella mente e attaccare le nostre conoscenze precedenti per fornirci una chiave di lettura inedita, sia su noi stessi, sia sul mondo. Confrontarsi, scoprirsi, mettersi in discussione, assalirsi, crucciarsi, trovare nuovi significati o riconoscerne la mancanza: questo vuol dire acculturarsi. Una mente che sia realmente entrata in contatto con radicali critiche della società e della Storia, con spiazzanti analisi della psiche e della Natura, con storie segnanti e maestose, non può uscirne intoccata e inalterata: nuovi quesiti sono stati sollevati ed esigono un risolvimento.

Risolvendo questi quesiti, ecco: troviamo noi stessi, scomponiamo i nostri valori, decostruiamo i nostri insegnamenti, rintracciamo chi siamo sotto strati e strati di pesantissime sovrastrutture. Acculturarsi, in ultima istanza, vuol dire questo: individuarsi. Sotto questa luce, la famosa citazione di Orazio “Mutato nomine, de te fabula narratur” (cambiato il nome, di te narra la storia) assume tutt’altro significato: noi, dalla cultura, traiamo una metanarrazione di noi stessi, disseminata tra le righe scritte da qualcun altro.

Il filosofo idealista Fichte sosteneva che l’Io è tale solo quando si confronta e si scontra col Non-Io, in una tensione che esalta le caratteristiche reciproche, che fa scaturire l’identità dalla differenza. Ma il Non-Io non è un’entità indipendente: si chiama Non-Io proprio perché si confronta con l’Io, è una reazione ad esso, la sua identità è in funzione di quella dell’Io. È lì a presentarci il conto di quanto ancora non siamo, ma potremmo essere, è la spinta al cambiamento e al superamento, venuto apposta per confrontarsi con noi e risolvere questa contraddizione. Quando siamo sottoposti alle visioni di noi stessi tramite la penna di un’altra persona, è come se ci stessimo confrontando con un Non-Io che, tuttavia, parla di noi, con noi stessi colti sotto un’altra luce: non esattamente noi, ma un qualcosa che si avvicina molto, e con cui dobbiamo confrontarci.

È così che ci è permesso di scoprire noi stessi: scoprendo ciò che è esterno a noi e reinterpretandoci in relazione alla novità. Una volta che siamo muniti di queste nuove chiavi di lettura, anche ciò che sta fuori assume tutto un altro aspetto. Chi è acculturato ha un occhio capace di scavare in profondità e cogliere i meccanismi sotterranei, le strutture, le matrici e gli automatismi ideologici silenziosamente all’opera dietro il mondo. Dagli artifici e costrutti della dimensione sociale, alle abissali mancanze e pulsioni della sfera psicanalitica: chi ha cultura non può fare a meno di divenire maestro del sospetto.

Nel regno del capitale e del mercato, tuttavia, la cultura è, alla meglio, non incoraggiata, alla peggio denigrata, chiamata inutile, perché non è profittevole. Nel mondo plasmato dal denaro e dal profitto, quegli stessi automatismi ideologici, che la cultura dovrebbe aiutare a disvelare, soffocano la cultura stessa.

La scuola si pone esattamente in mezzo, tra lo scoraggiare e il denigrare. Spesso non forma la mente pensante, non forma la persona emancipata, non forma l’individuo e il cittadino consapevole: forma il lavoratore.

L’educazione sta più che mai lasciando il posto all’istruzione e si sta facendo utile rispetto al mercato del lavoro, nel senso di spendibile, e solo e soltanto nell’ambito del lavoro, senza una seconda utilità più personale, più arricchente per l’animo e la propria crescita.

La citazione di Iannaccone è corretta, ma imprecisa: la cultura non manca di valore d’uso, ma di valore di scambio. Il valore d’uso è caratteristico della proprietà personale: la tua casa, la tua bicicletta, i tuoi vestiti, hanno valore non derivante dal fatto che potrebbero essere scambiati per cifra x, ma dal fatto che sopperiscono ad un bisogno. La cultura è esattamente così: è valida in quanto è arricchente per la persona, la sua crescita personale e la sua pienezza di vita, non in quanto può essere scambiata (un insegnante non scambia la propria cultura per ricevere un salario, ma la sua forza-lavoro, non diversamente da un qualsiasi altro lavoratore).

Il valore di scambio, invece, è tipico delle merci e deriva proprio dal valore ricavabile dalla contrattazione. Questo valore è tipico della proprietà privata: quei tipi di possedimenti che hanno valore solo in funzione del valore per il quale possono essere scambiati. La cultura che serve, in primis, per conoscere se stessi ed arricchirsi, non ha valore di scambio di per sé. Ovvio: possiamo inventarci professioni basate su quella cultura, ma ciò che venderemo, in cambio di soldi per sopravvivere, non sarà la cultura in sé, ma forza-lavoro che il nostro corpo può fornire.

Nella scuola vediamo, secondo questa analisi, un processo di diversificazione di quanto viene fornito allo studente: non più cultura, ma istruzione con finalità lavorativa, vera e propria forza-lavoro potenziale, che dunque abbia valore principalmente in quanto può essere scambiata con un datore di lavoro (colui che possieda dei mezzi di produzione che richiedono la forza lavoro fornita dal lavoratore per produrre merci), in cambio di un compenso, non in quanto sopperisce direttamente e materialmente ad un bisogno.

La forza-lavoro non può che essere venduta dal lavoratore salariato, in cambio, appunto, del salario. Questo salario deve essere abbastanza alto da permettere al lavoratore di sopravvivere un altro giorno e crescere i propri bambini (in modo che la classe dei lavoratori non si estingua), ma non abbastanza alto da permettergli di acquistare dei mezzi di produzione e, dunque, uscire dalla sua condizione di lavoratore, divenendo un possidente (in modo che la classe dei lavoratori non si emancipi). La scuola omologata da questi falsi principi ci fornisce perciò le catene che ci manterranno nella nostra posizione di sudditanza economica, dipendenza salariale e subordinazione. La scuola perpetua la classe dei lavoratori, che nell’economia politica classica non sono visti come persone fisiche con bisogni ed emozioni, ma come meri portatori di forza-lavoro in potenziale, ed è dunque una classe per sua natura totalmente alla mercè di un’altra classe: quella dei possidenti, quella che “compri” questa forza-lavoro in potenziale, per mettere in moto i mezzi di produzione, e la ripaghi col salario. Questa scuola congela gli insostenibili e disumanizzanti equilibri sociali e non fornisce gli strumenti per il cambiamento. Almeno fornisse quelli per l’emancipazione delle menti e la scoperta di se stessi! Ma no, perché la cultura non ha valore di scambio, e pare non avere senso investire perché la scuola fornisca allo studente qualcosa che non potrà scambiare nel mercato del lavoro.

Non vi è dietro nessuna premeditazione malvagia, sia chiaro: la cultura non ci viene insegnata non perché ci debba essere nascosta, non perché forse saremmo troppo pericolosi se sapessimo la verità. No, non è così: l’unico motivo per cui non è insegnata è perché non è profittevole. Non è scambiabile. Non riproduce gli equilibri di classe basati sull’approccio alla proprietà. È solo l’operare inconscio e meccanico di un ingranaggio impazzito, quello del capitalismo, che ha un unico e imprescindibile diktat: macina profitto. Ciò che lo macina perdura, ciò che non lo macina perisce. La cultura non lo macina, dunque perisce. Niente di più, niente di meno.

L’esempio più lampante si ha, ovviamente, nei PCTO, che hanno come presupposto impronunciabile ad alta voce proprio questo: l’educazione ha valore solo quando è spendibile sul mercato del lavoro. Sarebbe pazzia pura reindirizzare la scuola verso la coltivazione di menti pensanti, dacché era proiettata verso la produzione di lavoratori: non sarebbe profittevole, non sarebbe efficiente.

Perfino nei licei, dove la cultura minimamente resiste, data la natura meno poietica di queste scuole rispetto agli istituti tecnici o alle ragionerie, lo fa sotto forma di cultura nozionistica, superficiale, da esposizione o, ancora meglio, da rigurgito durante le verifiche. Ricordarsi che un personaggio x ha fatto y in data z. Ricordarsi che il filosofo r diceva f concordando con letterato p. Dati scollegati, che giustamente, come ogni rigurgito che si rispetti, andranno scaricati nello sciacquone dei cervelli dopo la spiacevole esposizione. Non sono informazioni atte a formare una conoscenza e una comprensione organica e d’insieme: sono frammenti tra i quali il collegamento è vago, o percepito come del tutto assente, senza un significato sottostante che lasci qualcosa allo studente, senza una narrativa unificante, senza uno scopo. Esattamente ciò che il filosofo contemporaneo Francois Lyotard definisce la condizione postmoderna, o il crollo, appunto, di ogni narrativa unificante e l’abbandono alla vorticante desolazione dopo la fine della Storia.

Pare essenziale recuperare quanto detto dall’immenso poeta e letterato Josif Brodskij: “[La cultura] è l’unica forma di assicurazione morale di cui una società può disporre, poiché grazie ad essa è ancora possibile stimolare la capacità di orientarsi ed acquisire strumenti per far fronte alle sfide dell’esistenza, compromettendo la deriva economicista dei saperi.”

Orientarsi. Chi conosce se stesso sa dove andare, dove non andare, quali strade sono facilitate dalla società, quali bloccate, quali promettono felicità illusorie e quali altre sono quelle più calzanti per ciascuno. La cultura è il filo di Arianna e noi siamo dei post-moderni Teseo perduti nel labirinto della fine della Storia, incapaci di ritrovare la strada di casa, forse nemmeno consapevoli del labirinto stesso, ma anche troppo consapevoli di cosa voglia dire sentirsi persi in un mondo incomprensibile e insensato, senza essere capaci di leggere quanto avviene attorno a noi e capire la nostra posizione nel grande schema della società. Problema: dare a Teseo il filo per uscire dal labirinto non conviene, non è profittevole. Sembra meglio che Teseo rimanga inconsapevole del male che lo affligge, pur continuando a subirne gli effetti, cosicché si illuda di poter sublimare questa sofferenza esistenziale nel vortice senza fine del consumismo.

Ma sto volutamente tralasciando un quasi dettaglio in tutto questo discorso: e io? La mia esperienza al liceo scientifico com’è stata?

Per farla breve: alti e bassissimi. Da un lato, ho avuto la fortuna di trovarmi davanti dei professori stimolanti ed appassionati che mi hanno spinto a diventare la persona che sta scrivendo questo articolo… dall’altro, mai vista un’attività in stile “dibattito organizzato” in cinque anni, se non in un caso, mai una o più ore esclusivamente adibita alla discussione di tematiche prementi sull’oggi, mai l’approfondimento di confronti nati per caso a lezione, ma smorzati sul nascere per la necessità di continuare la ieratica spiegazione. Quelle poche volte in cui il docente abbia dato adito alla discussione di svilupparsi, era un evento eccezionale e quasi surreale: stiamo rinunciando a minuti e minuti di programma ministeriale per esporre le nostre opinioni ed esercitare la nostra capacità argomentativa? Impossibile in questa scuola!

Perché il punto sta proprio in queste due parole: programma ministeriale. Cosa siamo formalmente chiamati a fare al liceo? Sviluppare opinioni ed esporle in appassionanti dibattiti, far sbocciare la nostra individualità, accrescere la nostra curiosità e la nostra eloquenza?

Chi siamo stimolati a diventare? Cittadini consapevoli ed informati, con adeguati strumenti di lettura del presente, che possano poi votare coscienziosamente? Casomai degli efficienti e produttivi ingegneri, medici, architetti e così via.

Anche i sopracitati eventi eccezionali di dibattito, o magari la traccia molto stimolante di un tema (ovvero la genesi forzata di questo stesso articolo), o ancora l’argomento di attualità di un’ora di Religione, risultano troppo poco e troppo tardi. Gli studenti non sono stati abituati in precedenza ad informarsi con lo scopo di formare un’opinione ed evolverla costantemente, e non hanno avuto motivo di acculturarsi: sono senza capacità argomentative e senza contenuti pregressi dai quali attingere. E non basta la buona volontà di qualche singolare professore, che risulta come un corpo estraneo nell’organismo scolastico, proprio perché cerca di far esporre gli studenti. In un liceo è lecito aspettarsi infinitamente di più in quanto a cultura, eppure questo è il massimo ottenibile in questa scuola (secondo la mia esperienza). Non ricordo molte lezioni in cui lo scopo non fosse la mera spiegazione del programma, il quale non contempla altro che la meccanicità del problem-solving più spicciolo, o il nozionismo superficiale.

Certo, la colpa non è dei professori o, per lo meno, non completamente. I professori sono lì per impartirci l’istruzione decisa dal ministero e deviare per lasciare adito all’espressione dello studente è la scelta migliore da un punto di vista pedagogico, ma sbagliata dal punto di vista istituzionale.

Essere dei buoni educatori non è quanto richiesto formalmente ai docenti. Ed è totalmente vero che esistono dei professori che interiorizzano totalmente questo ruolo ed hanno come unico scopo spiegare il programma, anche senza premurarsi della crescita dello studente, spuntare la lista di argomenti “spiegati” e andare avanti. Ma è importante comprendere che questo è esattamente l’archetipo di professore che il sistema contempla. Quelli che premono per la nostra reale crescita intellettuale sono le eccezioni. Lo sono perché una scuola che non formi primariamente al mondo del lavoro sarebbe irrealistica. La scuola che fronteggi il realismo deve fabbricare il lavoratore, perché là fuori è questo ciò che viene richiesto.

L’ideologia è una preconfezionata visione morale-valoriale del mondo che ha uno e un solo scopo: uccidere il reale. Farsi lei stessa realtà, fissare i propri criteri come assoluti e oggettivi, sostituire il realismo secondo i principi dell’ideologia al realismo vero e proprio (se poi esiste qualcosa del genere), porsi come quel filtro della realtà che ognuno deve interiorizzare e attraverso il quale leggerà tutto il mondo attorno a lui e tutto il mondo dentro di lui. Essere realisti, dunque, nel capitalismo diviene ragionare appieno secondo i principi del capitalismo, nel fenomeno che il filosofo Mark Fisher chiama, appunto, realismo capitalista. La fabbrica della forza-lavoro in potenziale che è la scuola realista deve quindi avere come principi l’efficienza, la produttività e la spendibilità dei suoi prodotti – noi studenti.

Rendiamocene conto: ci siamo fatti rubare la realtà da sotto il naso e il ladro ha lasciato nella cassaforte il programma politico di Margaret Thatcher. Una scuola che coltivi la persona è irrealistica: non risponde alle esigenze della realtà, ed è pertanto inconcepibile per la maggior parte degli esseri umani vivi in questo momento in Occidente. Foucault ci insegna che la scuola è uno dei tre principali “centri di riproduzione sociale” (gli altri due sono il posto di lavoro e la prigione) atti a perpetuare l’ideologia. Questo terribile scopo è inciso nelle fondamenta stesse dell’infrastruttura “scuola”. In nessuna epoca storica, né nell’Accademia di Atene, né nei monasteri medievali, né nelle università rinascimentali, la scuola ha avuto come funzione primaria quella di munire di un’educazione priva di sovrastruttura ideologica. Quanto mai l’opposto: è servita per promuovere un’istruzione filo-istituzionale.

La scuola non è un campo di battaglia neutrale sul quale le forze della Rivoluzione e quelle della Reazione possano sfidarsi paritariamente, ma semmai una palude disseminata di trappole e spuntoni dall’istituzione che in primo luogo l’ha generata, con già una teleologia ben precisa inscritta nella propria struttura.

Per questo quei pochi, stimatissimi professori che, nella mia esperienza, hanno provato ad educarci per davvero sono alla stregua di bugs nel sistema. Per questo la scuola, fintanto che l’ingranaggio impazzito del capitale continuerà a macinare profitto fuori dal reale controllo di nessuno, rimarrà impantanata in questa ossessione economicista e questa miseria ideologica. Per questo il presente articolo non può concludersi con l’invito alla speranza per una messianica salvezza, ma con la disillusione e l’amarezza di uno studente che sorriderebbe, e di gusto, alla notizia di una fuga di gas con conseguente deflagrazione nell’edificio ideologico in cui presto servizio di leva sei giorni alla settimana.

Francesco Grampa 5G

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