Onice, Cenere, Oro – Cap.2: Venatio

L’incoronazione del nuovo imperatore di Lepardh, Aapardh e Japardhl era ormai vicina. Sasha Liepcohen, sovrano rimasto in carica per mezzo secolo, era deceduto a causa della maledizione del sangue di Leopardo, sorte che colpisce tutti coloro che si siedono sul trono del palazzo imperiale, diretti discendenti spirituali del Leopardo delle Nevi. L’elegante felino apparve in sogno al primo regnante e, da quel giorno, la dinastia imperiale lo scelse come emblema del proprio potere, idolatrandolo a tal punto da considerarlo una divinità, le cui imponenti statue vennero sparse su tutta la superficie dei tre pianeti.

Jacob Liepcohen, successore al trono e uomo estremamente stimato dal popolo in quanto generale a capo delle legioni di Japardh, decise di organizzare, come da tradizione per l’insediamento dell’erede, tre giornate di caccia nelle foreste di Japardh. Sin dalla tenera età, venne deriso dai sudditi del reame per essere nato prematuramente, sotto l’influenza di una costellazione antagonista a quella del Leopardo, il Grande Cervo Bianco, ma, con il passare del tempo e tramite le sue abilità in battaglia, riuscì a convincere gran parte del popolo di essere un degno erede al trono.

La caccia avrebbe avuto inizio nel giorno in cui il palazzo imperiale sarebbe stato oscurato dalla Gigante Nera, la stella che per la maggior parte dell’anno portava una quasi eterna e fredda notte, caratterizzata da continue nevicate, fulmini e venti impetuosi.

I figli dell’imminente imperatore, Leto e Aaron, generali rispettivamente degli eserciti di Lepardh e Aapardh, raggiunsero Japardh pochi giorni prima dell’inizio delle battute di caccia, per unirsi alle squadre di ricerca. Leto, il rampollo più giovane della famiglia Liepcohen, fu vittima del proprio carattere sin dalla nascita: riservato e introverso com’era, non riuscì a sviluppare rapporti di alcun tipo con nessuno, se non con il fratello maggiore Aaron. I due, infatti, si distinsero per le loro qualità nella guerra, riuscendo, singolarmente, ad eguagliare la potenza del Re, loro maestro. Avevano, però, una forza di gran lunga superiore quando lottavano insieme: non necessitavano di parole o sguardi, perché riuscivano telepaticamente ad essere perfettamente sincronizzati nei movimenti. Aaron, a differenza del fratello, era una persona vivace ed espansiva, che, già in verde età, riscosse un grande successo tra il popolo.

Nelle fitte e nivee foreste del pianeta, l’obiettivo di Jacob Liepcohen non poteva che essere quello di riuscire, per la prima volta dall’alba della sua dinastia, a catturare e uccidere il Grande Cervo Bianco, l’unica preda di cui il Leopardo delle Nevi si cibasse. Nessuno era mai riuscito a togliere la vita al maestoso cervide e, per il nuovo imperatore, freddare la nemesi dell’icona della propria famiglia sarebbe stata l’universale e definitiva conferma del proprio valore.

Il re incaricò Aaron della scelta delle armi presso il fabbro reale, mentre Leto della realizzazione delle armature. Il figlio maggiore decise di optare per una ridotta gamma di equipaggiamento, infuso con i poteri di ghiaccio e vento, gli elementi pilastro dell’esercito dei Liepcohen: archi, spadoni e lance furono le scelte. Il materiale con cui erano costruite veniva estratto da secoli dalle immense miniere presenti nel sottosuolo di Aapardh; si trattava di una pietra di colore nero chiamata onice, particolarmente resistente ad alterazioni di stato, quindi facilmente infondibile con gli elementi sotto il controllo della famiglia imperiale. La lucentezza e la profondità che questo materiale riusciva a mostrare, nonostante il cupo colore che lo contraddistingueva, rendevano le armi reali dei veri e propri capolavori bellici.

Leto, l’ultimogenito, aveva da sempre contribuito al miglioramento della qualità delle armature: l’accesa curiosità mostrata sin dalla nascita gli permise di scoprire delle enormi ragnatele tessute con un materiale resistente a ogni perturbazione; perciò l’imperatore Sasha Liepcohen decise di sfruttare le tele del ragno della corteccia, questo il nome dell’aracnide fautore delle artistiche reti, per realizzare l’equipaggiamento di protezione delle legioni. Le fibre, quindi, permettevano di creare armature tanto leggere quanto resistenti, ottime, pertanto, per il combattimento e, dato il colore bianco che permetteva una maggiore mimetizzazione, eccelse per la caccia nelle bianche e intricate foreste di Japardh.

Il giorno precedente all’avvio della caccia venne organizzata una cerimonia in cui i tre membri della famiglia Liepcohen avrebbero scelto la loro arma. Jacob, Aaron e Leto si incontrarono nel grande atrio del palazzo imperiale, si inchinarono davanti all’imponente statua del Leopardo delle Nevi in segno di devozione e impugnarono le loro armi.

Aaron scelse due spadoni curvi con impugnature dorate, in grado di controllare il vento, mentre Leto optò per lo spadone più lungo e pesante, infuso con il ghiaccio e ricostruito a nuovo appositamente per lui. La grandezza di tale arma andava a contrastare con la minutezza dell’ultimogenito, ma, ciò nonostante, dimostrò immediatamente un’abilità fuori dal comune nel destreggiarla. Il futuro imperatore, invece, impugnò la leggendaria lancia infusa sia di ghiaccio, sia di vento, tramandata dal primo regnante della dinastia Liepcohen.

L’atteso giorno, infine, arrivò: la Gigante Nera oscurò il palazzo imperiale e la caccia cominciò.

Le tre squadre, comandate rispettivamente da Jacob, Leto e Aaron entrarono nella foresta imbiancata ancora dalle nevi dell’anno precedente, alla ricerca di impronte o segni di passaggio del Grande Cervo Bianco. I discendenti della famiglia Liepcohen avevano il compito di guidare le truppe, in quanto erano gli unici ad avere accesso alle pergamene del palazzo imperiale e, pertanto, i soli ad essere a conoscenza di tutti i segreti riguardanti le foreste di Japardh. Le mangrovie rendevano l’ambiente molto ostile, mentre i calicanti e il muschio donavano all’atmosfera un colore tiepido e avvolgente, in grado di riscaldare le nostre anime, perennemente bianche, date le continue nevicate.

La prima giornata di caccia non vide alcun risultato, ma Leto provava una strana sensazione dal momento in cui aveva messo piede nella foresta: gli sembrava di essere costantemente osservato dall’alto. Nella notte non riuscì a chiudere occhio, tanto questa sensazione riusciva a renderlo inquieto.

La mattina seguente la caccia riprese e, subitamente, Aaron e i suoi scovarono delle impronte riconducibili al grande mammifero plenicorno. Le altre due squadre, perciò, si unirono al primogenito, permettendo di concentrare tutte le forze sull’unica pista al momento attendibile.

Le ricerche proseguirono per tutto il giorno, nonostante la fortuna sembrasse già svanita: le truppe trovarono solamente due cervi comuni, di grandi dimensioni, ma decisamente troppo piccoli rispetto all’acerrimo rivale del leggendario Leopardo.

Fu mentre tutti i soldati si stavano riposando che accadde qualcosa di strano: Leto, come in uno stato di trance, si alzò, prese la sua arma e cominciò a camminare verso nord. Suo fratello e il padre provarono a chiedergli dove stesse andando, ma non venne udita alcuna risposta e, di conseguenza, provarono ad andare verso di lui per fermarlo, ma quello si voltò e puntò lo spadone d’onice verso la gola di Aaron, che si rese conto di un cambiamento di colore degli occhi di Leto: il verde muschio aveva lasciato spazio ad un indaco intenso, ghiacciato. A quel punto l’atmosfera raggelò, ma Leto proseguì imperterrito il suo cammino, senza ferire il fratello maggiore, che si mise a seguirlo assieme al padre e al resto delle legioni.

Dopo qualche chilometro, in un’area meno fitta rispetto alla media, il Grande Cervo Bianco giaceva davanti agli occhi di tutti. Il sangue fuoriusciva copiosamente dal ventre e numerosi graffi erano sparsi su tutto il corpo dell’animale. Jacob e Aaron notarono, inoltre, una profonda ferita che si estendeva su gran parte del collo. Si guardarono negli occhi, ripensarono a tutte le testimonianze scritte nelle pergamene imperiali e compresero immediatamente che poteva unicamente trattarsi di un predatore: il Leopardo delle Nevi.

Le legioni si disposero a cerchio attorno ai reali che stavano cercando di riportare Leto ad uno stato di coscienza, mentre un’ansia generale aumentava a tal punto da essere quasi tangibile.

Silenzio.

Da nord, dall’ombra degli alberi, improvvisamente, una figura avanzava, senza produrre alcun rumore: zampe maestose, una coda lunga più dello stesso corpo, manto maculato e occhi color indaco, come quelli di Leto. Il Leopardo delle Nevi si stagliava in tutta la sua magnificenza e ferocia davanti agli occhi dei presenti, rimasti senza fiato. Persino il re e il primogenito non riuscirono a proferire parola di fronte a una tale bellezza della natura.

Il Leopardo guardò la propria preda, poi squadrò tutte le truppe, Aaron e Jacob e, infine, pose la propria attenzione su Leto, ancora in uno stato di trance.

La tensione aumentò a dismisura e, dopo pochissimi secondi, il felino si mise a correre in direzione dell’ultimogenito con una velocità tale da non permettere l’intervento di nessuno. Stava per azzannare il collo del figlio di Jacob, quando, improvvisamente, scomparve in una scia di cristalli di ghiaccio.

Leto cadde a terra e i suoi familiari si avvicinarono per verificarne le condizioni di salute. Notarono delle strane macchie sulla parte destra del collo, ma non fecero in tempo ad osservarle giacché, di colpo, riprese conoscenza. Gli occhi erano ancora di colore indaco, identici a quelli della divinità e Leto si sentiva pervaso da un potere selvaggio, che non riusciva a trattenere. Appena si rialzò in piedi, come attraversato da un istinto animalesco, cominciò a correre lontano dall’esercito. Nessuno riuscì a seguirlo, nemmeno il fratello e il padre.

Da quel momento di Leto Liepcohen e del Leopardo delle Nevi non si ebbe più notizia.

Jacob e Aaron, tuttavia, non accettarono la sua scomparsa: tutt’oggi, giorno e notte, a distanza di 5 anni, truppe di soldati pattugliano le superfici di Japardh, Aapardh e Lepardh, in cerca di Leto.

In un luogo remoto una voce risuonava, dall’antro di una caverna…

“La nostra comunione è un necessario miracolo di nervi ed anime.”

Stefano Longagnani 5G

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